Recensione romanzo storico “Ospitone. Dux Barbariae” di Vindice Lecis.
Prosegue in maniera intensa l’attività letteraria e di scrittura del giornalista sassarese Vindice Lecis; il suo nuovo romanzo storico, proseguo del precedente “Hospiton”, è molto coinvolgente e scritto in maniera semplice e scorrevole.
Anche in questo romanzo il protagonista principale è Ospitone, che dopo cinque anni dalla pace siglata con il dux Zabarda e con Giuanuario il vescovo metropolita di Carales, si troverà suo malgrado costretto a riprendere le armi in mano.
Tra i nuovi personaggi spiccano Eupaterio che ha sostituito il duca Zabarda nel comando militare della Sardegna romanizzata e Giuliano un misterioso “agente segreto”.
Nel romanzo ritroviamo inoltre Sardo, il figlio di Ospitone che è diventato un uomo, il ribelle Assada, Nispeni la bella moglie di Ospitone e infine la sciamana senza età Karitti. Le scene del romanzo vengono descritte con azione, vivacità e colore, quasi come se si trattasse della sceneggiatura di un moderno telefilm d’azione.
Non mancheranno come al solito gli intrighi di palazzo.
Un romanzo da leggere e da gustare, per avvicinarsi alla storia della Sardegna durante l’invasione bizantina.
Il romanzo “Ospitone. Dux Barbariae”, sarà presentato sabato 29 dicembre 2018 alle ore 18.00, presso la Biblioteca Comunale di Lula. L’autore dialogherà con l’assessore alla cultura Pietro Pittalis e con lo storico Mario Antioco Sanna.
sabato 29 dicembre 2018
domenica 5 novembre 2017
Appunti storici su Sagama
Il 22 ottobre 2017, in occasione dell'inaugurazione della struttura VILLA SAN GABRIELE ARCANGELO, casa alloggio edificata dall'Amministrazione Comunale di Sagama nella ex casa parrocchiale, ho presentato una breve relazione sulla storia del paese che riporto qua nel formato pdf pubblicato nel sito accademia.edu .
https://www.academia.edu/35060877/APPUNTI_STORICI_SU_SAGAMA
giovedì 2 novembre 2017
I CIMITERI E LA STORIA CANCELLATA
I CIMITERI E LA STORIA CANCELLATA
Fino alla “Fusione Perfetta” tra il Regno di Sardegna e gli altri stati governati da casa ‘Savoia’, i cimiteri in Sardegna erano sempre posti intorno ai luoghi di culto presenti nel villaggio: non fu applicato il noto ‘editto di San Cloud’, con cui Napoleone Bonaparte, aveva imposto che i cimiteri fossero posti fuori dai centri abitati e i morti fossero sepolti in delle fosse ‘comuni’. I nobili e gli esponenti del clero venivano sepolti dentro la chiesa, gli altri nei cortili degli stessi edifici di culto in fosse scavate nel terreno: un’area del cimitero non consacrata veniva destinata ad accogliere i bambini non battezzati e i morti in contrasto con Dio.
In Sardegna nel XX secolo vi una forte politica edilizia cimiteriale: in quasi tutti i paesi vennero edificati dei nuovi cimiteri fuori dai centri abitati e dotati di una cappella.
A metà dell’800 la situazione era però disastrosa: l’ultimo Intendente di Cuglieri Félix Despine nel 1858-59 ci fornisce una sommaria descrizione di un particolare cimitero del villaggio di Magomadas in Planargia: “il cimitero del villaggio è qualcosa di terrificante; la fossa comune, una specie di pozzo in uso anche in molti altri posti, è ancora utilizzato per i bambini morti senza battesimo, e nonostante sia coperto da una pietra, lascia uscire degli odori nauseabondi”.
È successivamente alla nascita del Regno d’Italia nel 1861, che però lo stato inizia a far edificare dei veri e propri cimiteri, di concezione maggiormente moderna, o per lo meno, più vicini a quelli da noi conosciuti.
Mi limiterò in questa breve nota a ricordare gli esempi di alcuni cimiteri che ben conosco: quello di Scano Montiferro, ad esempio è il più antico, con una continuità storica sorprendente, benché all’interno del paese, sorgessero di piccoli cimiteri, presso le cappelle delle confraternite e presso San Nicola.
A Sagama, il vecchio cimitero, posto di lato alla chiesa di San Gabriele Arcangelo, fu utilizzato fino agli anni immediatamente successivi alla 2 guerra mondiale; il nuovo cimitero, progettato già durante gli anni trenta, fu concluso intorno al 1950, con la traslazione di tutte le salme dei deceduti presso il nuovo camposanto posto in località “Su Chercu Muzzu”. Questa notizia di cui trovai qualche cenno in qualche documento per ora inedito mi fu confermata a livello orale da mia zia Rita Soro, deceduta qualche anno fa, che aveva fatto ‘traslare’ le ossa del padre Salvatore morto nel 1942, presso una nuova tomba di famiglia acquistata nel 1950.
A Sindia, il vecchio cimitero come risulta dalle mappe della seconda metà dell’800 era posto nell’attuale piazza San Giorgio insieme alla cappella (oggi non più esistente) detta de Sas Recumandadas. Il nuovo cimitero progettato intorno al 1880, fu completato ai primi del ‘900: anche in questo caso, vi fu la ‘traslazione’ delle salme nelle nuove tombe di famiglie. Il cimitero di Sindia, merita un’attenzione particolare: la parte più antica nei pressi della cappella, meriterebbe il rango di “cimitero monumentale”: parecchie tombe infatti presentano statue e decorazioni che ne fanno dei piccoli capolavori artistici. Un altro piccolo cimitero sorgeva nei pressi della chiesa di San Pietro e di quella di Santa Croce che fu inglobata nel nuovo edificio dell’Asilo Parrocchiale, edificato negli anni ’30. Informatori orali, mi raccontarono che durante i lavori furono ritrovate delle ossa umane: lo stesso accade nei cortili di alcune case di via Maddalena, i cui cortili, erano confinanti con quello della chiesa di San Pietro. Si trattava forse del cimitero della chiesa scomparsa intitolata al culto della Maddalena.
SINDIA- PIAZZA SAN GIORGIO, DOVE SORGEVA IL VECCHIO CIMITERO.
Con la scomparsa dei cimiteri intorno alla chiese, fu purtroppo cancellata la memoria storica di numerosi villaggi: certo dobbiamo immaginarci piccoli cimiteri dotati di uno o due cancelli, quasi privi di lapidi, con tante piccole croci in legno, poste nel terreno. Soltanto dalla fine dell’800 il regolamento di “Polizia Mortuaria” ha iniziato a prevedere che i morti venissero inumati all’interno dei bauli. I primi bauli, tuttavia, erano molto scadenti: per i bisognosi, la cosiddetta “cassa da morto”, veniva pagata dal Comune, che attingeva alla cosiddetta “cassa dei poveri”, per poter offrire anche ai meno abbienti una dignitosa sepoltura. A Monteleone Roccadoria, presso la chiesa di Sant’Antonio Abate, è ancora possibile vedere il vecchio cimitero, seppur pavimentato e privo di lapidi o croci.
MONTELEONE ROCCADORIA (SS), CHIESA DI SANT'ANTONIO CON IL VECCHIO CIMITERO.
Ma tuttavia ci fornisce un’idea di come potessero essere i cimiteri. Interessanti anche gli esempi cimiteriali che possiamo ritrovare presso l’isola- parco ed ex colonia penale dell’Asinara.
ASINARA -CIMITERO DI 'FORNELLI.
Fino alla “Fusione Perfetta” tra il Regno di Sardegna e gli altri stati governati da casa ‘Savoia’, i cimiteri in Sardegna erano sempre posti intorno ai luoghi di culto presenti nel villaggio: non fu applicato il noto ‘editto di San Cloud’, con cui Napoleone Bonaparte, aveva imposto che i cimiteri fossero posti fuori dai centri abitati e i morti fossero sepolti in delle fosse ‘comuni’. I nobili e gli esponenti del clero venivano sepolti dentro la chiesa, gli altri nei cortili degli stessi edifici di culto in fosse scavate nel terreno: un’area del cimitero non consacrata veniva destinata ad accogliere i bambini non battezzati e i morti in contrasto con Dio.
In Sardegna nel XX secolo vi una forte politica edilizia cimiteriale: in quasi tutti i paesi vennero edificati dei nuovi cimiteri fuori dai centri abitati e dotati di una cappella.
A metà dell’800 la situazione era però disastrosa: l’ultimo Intendente di Cuglieri Félix Despine nel 1858-59 ci fornisce una sommaria descrizione di un particolare cimitero del villaggio di Magomadas in Planargia: “il cimitero del villaggio è qualcosa di terrificante; la fossa comune, una specie di pozzo in uso anche in molti altri posti, è ancora utilizzato per i bambini morti senza battesimo, e nonostante sia coperto da una pietra, lascia uscire degli odori nauseabondi”.
È successivamente alla nascita del Regno d’Italia nel 1861, che però lo stato inizia a far edificare dei veri e propri cimiteri, di concezione maggiormente moderna, o per lo meno, più vicini a quelli da noi conosciuti.
Mi limiterò in questa breve nota a ricordare gli esempi di alcuni cimiteri che ben conosco: quello di Scano Montiferro, ad esempio è il più antico, con una continuità storica sorprendente, benché all’interno del paese, sorgessero di piccoli cimiteri, presso le cappelle delle confraternite e presso San Nicola.
A Sagama, il vecchio cimitero, posto di lato alla chiesa di San Gabriele Arcangelo, fu utilizzato fino agli anni immediatamente successivi alla 2 guerra mondiale; il nuovo cimitero, progettato già durante gli anni trenta, fu concluso intorno al 1950, con la traslazione di tutte le salme dei deceduti presso il nuovo camposanto posto in località “Su Chercu Muzzu”. Questa notizia di cui trovai qualche cenno in qualche documento per ora inedito mi fu confermata a livello orale da mia zia Rita Soro, deceduta qualche anno fa, che aveva fatto ‘traslare’ le ossa del padre Salvatore morto nel 1942, presso una nuova tomba di famiglia acquistata nel 1950.
A Sindia, il vecchio cimitero come risulta dalle mappe della seconda metà dell’800 era posto nell’attuale piazza San Giorgio insieme alla cappella (oggi non più esistente) detta de Sas Recumandadas. Il nuovo cimitero progettato intorno al 1880, fu completato ai primi del ‘900: anche in questo caso, vi fu la ‘traslazione’ delle salme nelle nuove tombe di famiglie. Il cimitero di Sindia, merita un’attenzione particolare: la parte più antica nei pressi della cappella, meriterebbe il rango di “cimitero monumentale”: parecchie tombe infatti presentano statue e decorazioni che ne fanno dei piccoli capolavori artistici. Un altro piccolo cimitero sorgeva nei pressi della chiesa di San Pietro e di quella di Santa Croce che fu inglobata nel nuovo edificio dell’Asilo Parrocchiale, edificato negli anni ’30. Informatori orali, mi raccontarono che durante i lavori furono ritrovate delle ossa umane: lo stesso accade nei cortili di alcune case di via Maddalena, i cui cortili, erano confinanti con quello della chiesa di San Pietro. Si trattava forse del cimitero della chiesa scomparsa intitolata al culto della Maddalena.
SINDIA- PIAZZA SAN GIORGIO, DOVE SORGEVA IL VECCHIO CIMITERO.
Con la scomparsa dei cimiteri intorno alla chiese, fu purtroppo cancellata la memoria storica di numerosi villaggi: certo dobbiamo immaginarci piccoli cimiteri dotati di uno o due cancelli, quasi privi di lapidi, con tante piccole croci in legno, poste nel terreno. Soltanto dalla fine dell’800 il regolamento di “Polizia Mortuaria” ha iniziato a prevedere che i morti venissero inumati all’interno dei bauli. I primi bauli, tuttavia, erano molto scadenti: per i bisognosi, la cosiddetta “cassa da morto”, veniva pagata dal Comune, che attingeva alla cosiddetta “cassa dei poveri”, per poter offrire anche ai meno abbienti una dignitosa sepoltura. A Monteleone Roccadoria, presso la chiesa di Sant’Antonio Abate, è ancora possibile vedere il vecchio cimitero, seppur pavimentato e privo di lapidi o croci.
MONTELEONE ROCCADORIA (SS), CHIESA DI SANT'ANTONIO CON IL VECCHIO CIMITERO.
Ma tuttavia ci fornisce un’idea di come potessero essere i cimiteri. Interessanti anche gli esempi cimiteriali che possiamo ritrovare presso l’isola- parco ed ex colonia penale dell’Asinara.
ASINARA -CIMITERO DI 'FORNELLI.
venerdì 6 ottobre 2017
SAGAMA: Ricordi della gara del 2004.
“Perché non organizzate il prossimo campionato regionale a Sagama?”.
Era una sera di gennaio del 2004, quando il responsabile Endas Ciclismo Sardegna, Roberto Rosellini propose alla Pol. San Michele di organizzare una gara importante nel piccolo centro del paese.
Nel settembre 2003, il paese aveva ospitato una gara dentro il circuito “Corso Vittorio Emanuele I- Circonvallazione Sud”, con una salitella durissima che partiva sotto la chiesa parrocchiale di San Gabriele per arrivare fino al Municipio, nei cui pressi era posto l’arrivo. La gente di Sagama, educata e cortese, aveva offerto “le sedie” ai forestieri per poter seguire comodamente la gara.
Non fu facile organizzare quella gara, ma l’Amministrazione Comunale con il sindaco Mario Pinna e l'assessore Giacomo Obinu, ci sostenne in tutto e per tutto, mi piace ricordare anche l’impegno di tutta la famiglia di Bobore Biddau e della ditta di Fabio Foddis che mise in sicurezza il percorso.
Mi ricordo la benedizione di don Porcu prima della partenza e il via…che per me…fu doloroso…comunque riuscì a fare il primo giro nelle ultime 20 posizioni del gruppo, nonostante la rottura di un raggio della ruota posteriore: cambio ruota al cimitero grazie all’amico Pier Paolo Sannia e lotta con i denti per cercare di riprendere il gruppetto. Al 4 giro dei 7 in programma fummo “doppiati” dai primi, impensabile stare dietro a Secci, Grabesu ecc…erano delle vere moto. All’ultimo giro, nuovo imprevisto: foratura! Cambio ruota veloce grazie ad Antonello che mi aspettava nella zona di Murenda con una ruota di scorta e poi tifo da parte di tziu Mario Pinna e mio padre, per riprendere i corridori che avevo davanti. Missione compiuta nei falsopiani di Orighio. E poi volata finale del gruppetto che vinsi nettamente sul “veterano” Linzas, che sarebbe venuto a mancare l’anno successivo. Era malato, ma nonostante tutto, aveva voluto partecipare alla corsa. Non lo sapevo, ma all’arrivo l’avevo visto veramente ‘sfinito”. Ecco alcune immagini di quella gara, scattate dal mio amico Antonio.
“Perché non organizzate il prossimo campionato regionale a Sagama?”.
Era una sera di gennaio del 2004, quando il responsabile Endas Ciclismo Sardegna, Roberto Rosellini propose alla Pol. San Michele di organizzare una gara importante nel piccolo centro del paese.
Nel settembre 2003, il paese aveva ospitato una gara dentro il circuito “Corso Vittorio Emanuele I- Circonvallazione Sud”, con una salitella durissima che partiva sotto la chiesa parrocchiale di San Gabriele per arrivare fino al Municipio, nei cui pressi era posto l’arrivo. La gente di Sagama, educata e cortese, aveva offerto “le sedie” ai forestieri per poter seguire comodamente la gara.
Non fu facile organizzare quella gara, ma l’Amministrazione Comunale con il sindaco Mario Pinna e l'assessore Giacomo Obinu, ci sostenne in tutto e per tutto, mi piace ricordare anche l’impegno di tutta la famiglia di Bobore Biddau e della ditta di Fabio Foddis che mise in sicurezza il percorso.
Mi ricordo la benedizione di don Porcu prima della partenza e il via…che per me…fu doloroso…comunque riuscì a fare il primo giro nelle ultime 20 posizioni del gruppo, nonostante la rottura di un raggio della ruota posteriore: cambio ruota al cimitero grazie all’amico Pier Paolo Sannia e lotta con i denti per cercare di riprendere il gruppetto. Al 4 giro dei 7 in programma fummo “doppiati” dai primi, impensabile stare dietro a Secci, Grabesu ecc…erano delle vere moto. All’ultimo giro, nuovo imprevisto: foratura! Cambio ruota veloce grazie ad Antonello che mi aspettava nella zona di Murenda con una ruota di scorta e poi tifo da parte di tziu Mario Pinna e mio padre, per riprendere i corridori che avevo davanti. Missione compiuta nei falsopiani di Orighio. E poi volata finale del gruppetto che vinsi nettamente sul “veterano” Linzas, che sarebbe venuto a mancare l’anno successivo. Era malato, ma nonostante tutto, aveva voluto partecipare alla corsa. Non lo sapevo, ma all’arrivo l’avevo visto veramente ‘sfinito”. Ecco alcune immagini di quella gara, scattate dal mio amico Antonio.
Dopo 12 anni il ciclismo ritorna a Sagama: sabato 7 ottobre al via il 1° Trofeo “Muristene”.
Ci sono voluti dodici anni, ma alla fine la passione per il ciclismo che a Sagama (OR) è sempre stata forte, ha vinto su tutto.
Appena sei mesi fa, un gruppo di giovani del paese ha fortemente voluto la nascita di un’associazione sportivo- culturale denominata “Muristene”: un nome con un forte richiamo identitario, in quanto il nuraghe “Muristene”, posto all’ingresso del paese a pochi metri dalla chiesa parrocchiale seicentesca dell’Arcangelo Gabriele, per secoli ha ospitato i pellegrini che partecipavano alla festa- sagra de “S’Anzelu”.
La gara che si svolgerà nel circuito di San Michele, che nel 2004, in occasione del 2° Trofeo “Sant’Antonio”, fu valido come Campionato Regionale “Enti della Consulta” organizzato dal G.S. Il Fornaio, con la Polisportiva San Michele di Sagama e con l’Endas. La gara fu vinta dal giovane Secci in volata su Grabesu, Deiana, Masserey e Fundoni.
Oggi l’ASD “Muristene” che per statuto è un’associazione sportiva dilettantistica, regolarmente iscritta all’albo regionale, ma anche un’associazione di promozione sociale e culturale, organizza la manifestazione che vedrà al via i migliori ciclisti sardi dai 16 ai 70 anni, grazie all’impegno dei suoi soci e con il prezioso contributo dell’Amministrazione Comunale, dei numerosi sponsor (operatori commerciali della zona) e dell’Asd Aquile di Macomer che garantirà il servizio di moto staffetta, delle Forze dell’Ordine e delle Compagnie Barracellari di Sagama e Scano Montiferro. Sarà presente anche il servizio di soccorso di Scano Montiferro, con il dott. Deonette.
Il percorso di 8,1 Km si snoderà dalla via Gramsci di Sagama, per affrontare la corta ma impegnativa salita di “S’Iscala” per poi proseguire nelle località “Murenda”, “Santu Micheli”, Orighìo (da cui questo blog, prende il nome), “Serra de Sagama”, Sp 34 e SP 21, località “Sa Costa”, “Cudinatta” , “Giuntolzu”, per poi entrare nel paese in Corso Umberto. La gara si snoderà in 5 giri, per un totale di Km 40,5.
Durante la gara, sono previste animazioni per i bambini e la presenza di un DJ, e poi lotteria, premiazione e rinfresco.
Le ordinanze della Prefettura di Oristano e dei Comuni di Sagama e Scano Montiferro, prevedono la limitazione del traffico dalle ore 16.00 alle ore 18.00, pertanto s’invitano gli automobilisti a prendere dei percorsi alternativi. Chiusura totale nella Strada di Penetrazione Agraria di San Michele- Orighìo.
L’ASD MURISTENE, vi aspetta numerosi.
Nelle foto la volata vincente di Secci e la rassegna stampa del 2004.
Ci sono voluti dodici anni, ma alla fine la passione per il ciclismo che a Sagama (OR) è sempre stata forte, ha vinto su tutto.
Appena sei mesi fa, un gruppo di giovani del paese ha fortemente voluto la nascita di un’associazione sportivo- culturale denominata “Muristene”: un nome con un forte richiamo identitario, in quanto il nuraghe “Muristene”, posto all’ingresso del paese a pochi metri dalla chiesa parrocchiale seicentesca dell’Arcangelo Gabriele, per secoli ha ospitato i pellegrini che partecipavano alla festa- sagra de “S’Anzelu”.
La gara che si svolgerà nel circuito di San Michele, che nel 2004, in occasione del 2° Trofeo “Sant’Antonio”, fu valido come Campionato Regionale “Enti della Consulta” organizzato dal G.S. Il Fornaio, con la Polisportiva San Michele di Sagama e con l’Endas. La gara fu vinta dal giovane Secci in volata su Grabesu, Deiana, Masserey e Fundoni.
Oggi l’ASD “Muristene” che per statuto è un’associazione sportiva dilettantistica, regolarmente iscritta all’albo regionale, ma anche un’associazione di promozione sociale e culturale, organizza la manifestazione che vedrà al via i migliori ciclisti sardi dai 16 ai 70 anni, grazie all’impegno dei suoi soci e con il prezioso contributo dell’Amministrazione Comunale, dei numerosi sponsor (operatori commerciali della zona) e dell’Asd Aquile di Macomer che garantirà il servizio di moto staffetta, delle Forze dell’Ordine e delle Compagnie Barracellari di Sagama e Scano Montiferro. Sarà presente anche il servizio di soccorso di Scano Montiferro, con il dott. Deonette.
Il percorso di 8,1 Km si snoderà dalla via Gramsci di Sagama, per affrontare la corta ma impegnativa salita di “S’Iscala” per poi proseguire nelle località “Murenda”, “Santu Micheli”, Orighìo (da cui questo blog, prende il nome), “Serra de Sagama”, Sp 34 e SP 21, località “Sa Costa”, “Cudinatta” , “Giuntolzu”, per poi entrare nel paese in Corso Umberto. La gara si snoderà in 5 giri, per un totale di Km 40,5.
Durante la gara, sono previste animazioni per i bambini e la presenza di un DJ, e poi lotteria, premiazione e rinfresco.
Le ordinanze della Prefettura di Oristano e dei Comuni di Sagama e Scano Montiferro, prevedono la limitazione del traffico dalle ore 16.00 alle ore 18.00, pertanto s’invitano gli automobilisti a prendere dei percorsi alternativi. Chiusura totale nella Strada di Penetrazione Agraria di San Michele- Orighìo.
L’ASD MURISTENE, vi aspetta numerosi.
Nelle foto la volata vincente di Secci e la rassegna stampa del 2004.
giovedì 27 luglio 2017
Recensione romanzo “ORA PRO LOCO” di Gesuino Némus.
di (Mario A. Sanna)
Gesuino Némus, nato 60 anni fa in un paese dell’Ogliastra, è un nuovo eccentrico scrittore sardo, emerso improvvisamente dall’anonimato un paio di anni fa con il romanzo “Trilogia del Cinghiale” con cui ha vinto nel 2015 il premio “Campiello- Opera Prima” e altri premi. Nel 2016, con il suo secondo romanzo “I bambini sardi non piangono mai” ha vinto il premio “Franco Fedeli. Miglior Poliziotto dell’anno”.
Come le precedenti opere, anche il romanzo “Ora Pro Loco”, è ambientato a Telévras, un villaggio sardo a rischio d’estinzione, privo di amministrazione comunale, dove le giornate degli abitanti sono scandite dalle lunghe bevute al bar, dai piccoli riti quotidiani degli abitanti e dal lavoro della “Pro Loco” che cerca costantemente di organizzare delle sagre estive per attirare i turisti delle vicine zone costiere nei paesi dell’interno.
L’ispettore capo Marzio Boccinu, si troverà ad indagare su due misteriosi omicidi, molto distanti per tempistica e modi dai tipici ‘omicidi’ di stampo classico, che hanno spezzato la routine del piccolo paese. Lo svolgimento delle indagini, si rivelerà particolarmente complesso e l’ispettore, dovrà far ricorso a tutte le sue capacità per arrivare alla verità.
Il romanzo tratta in maniera ironica anche tematiche di costante attualità: il tentativo da parte di elementi senza scrupoli di far edificare in Sardegna, isola scarsamente antropizzata, le centrali nucleari, i depositi di scorie, le carceri, ecc.
Nel romanzo emerge inoltre la costante paura del giudizio ‘popolare’ a cui vengono sottoposti da parte dei paesani, le persone che non rispettano determinate convenzioni sociali e/o morali.
Dalla lettura emerge in maniera sorprendente, la grande abilità dell’autore nel giocare con le parole del sardo (sua lingua materna) e della lingua italiana appresa tra i banchi scolastici, impiegata in maniera perfetta con delle costruzioni grammaticali esemplari.
Abbiamo seguito con molto interesse le presentazioni del romanzo svoltesi nelle scorse settimane presso la libreria Emmepì di Macomer (NU), dove Gesuino Némus è stato introdotto dal bravo Roberto Putzulu e presso la libreria TiconZero di Bosa (OR), dove l’autore stato introdotto dalla titolare Marina Oggianu.
In entrambe le occasioni Gesuino Némus ha incantato i presenti con la sua disponibilità e simpatia: ha raccontato i suoi studi giovanili, la sua breve ma intensa carriera musicale, la dura vita da operaio, l’amore per la scrittura coltivato fin dall’infanzia e tenuto gelosamente nascosto, la preziosa esperienza sotterranea come “Ghostwriter”, ovvero come ‘autore fantasma’ o ‘autore ombra’ di altri scrittori prestigiosi.
E poi il ‘grande salto ‘ verso la scrittura ‘professionale’, capitato quasi per caso, a circa 60 anni, con l’inaspettato premio “Campiello"che ha obbligato l’autore ad uscire dall'anonimato.
Un romanzo da leggere tutto d’un fiato in pieno relax ed un autore da conoscere personalmente per passare un paio d’ore piacevoli.
di (Mario A. Sanna)
Gesuino Némus, nato 60 anni fa in un paese dell’Ogliastra, è un nuovo eccentrico scrittore sardo, emerso improvvisamente dall’anonimato un paio di anni fa con il romanzo “Trilogia del Cinghiale” con cui ha vinto nel 2015 il premio “Campiello- Opera Prima” e altri premi. Nel 2016, con il suo secondo romanzo “I bambini sardi non piangono mai” ha vinto il premio “Franco Fedeli. Miglior Poliziotto dell’anno”.
Come le precedenti opere, anche il romanzo “Ora Pro Loco”, è ambientato a Telévras, un villaggio sardo a rischio d’estinzione, privo di amministrazione comunale, dove le giornate degli abitanti sono scandite dalle lunghe bevute al bar, dai piccoli riti quotidiani degli abitanti e dal lavoro della “Pro Loco” che cerca costantemente di organizzare delle sagre estive per attirare i turisti delle vicine zone costiere nei paesi dell’interno.
L’ispettore capo Marzio Boccinu, si troverà ad indagare su due misteriosi omicidi, molto distanti per tempistica e modi dai tipici ‘omicidi’ di stampo classico, che hanno spezzato la routine del piccolo paese. Lo svolgimento delle indagini, si rivelerà particolarmente complesso e l’ispettore, dovrà far ricorso a tutte le sue capacità per arrivare alla verità.
Il romanzo tratta in maniera ironica anche tematiche di costante attualità: il tentativo da parte di elementi senza scrupoli di far edificare in Sardegna, isola scarsamente antropizzata, le centrali nucleari, i depositi di scorie, le carceri, ecc.
Nel romanzo emerge inoltre la costante paura del giudizio ‘popolare’ a cui vengono sottoposti da parte dei paesani, le persone che non rispettano determinate convenzioni sociali e/o morali.
Dalla lettura emerge in maniera sorprendente, la grande abilità dell’autore nel giocare con le parole del sardo (sua lingua materna) e della lingua italiana appresa tra i banchi scolastici, impiegata in maniera perfetta con delle costruzioni grammaticali esemplari.
Abbiamo seguito con molto interesse le presentazioni del romanzo svoltesi nelle scorse settimane presso la libreria Emmepì di Macomer (NU), dove Gesuino Némus è stato introdotto dal bravo Roberto Putzulu e presso la libreria TiconZero di Bosa (OR), dove l’autore stato introdotto dalla titolare Marina Oggianu.
In entrambe le occasioni Gesuino Némus ha incantato i presenti con la sua disponibilità e simpatia: ha raccontato i suoi studi giovanili, la sua breve ma intensa carriera musicale, la dura vita da operaio, l’amore per la scrittura coltivato fin dall’infanzia e tenuto gelosamente nascosto, la preziosa esperienza sotterranea come “Ghostwriter”, ovvero come ‘autore fantasma’ o ‘autore ombra’ di altri scrittori prestigiosi.
E poi il ‘grande salto ‘ verso la scrittura ‘professionale’, capitato quasi per caso, a circa 60 anni, con l’inaspettato premio “Campiello"che ha obbligato l’autore ad uscire dall'anonimato.
Un romanzo da leggere tutto d’un fiato in pieno relax ed un autore da conoscere personalmente per passare un paio d’ore piacevoli.
mercoledì 14 giugno 2017
PILLOLE DI STORIA: L'UNIFICAZIONE DEI COMUNI DI ONANI' E LULA (1890-1896)
PILLOLE DI STORIA: L'UNIFICAZIONE DEI COMUNI DI ONANI' E LULA (1890-1896).
Dal 1890 al 1896, i comuni di Onanì e Lula si aggregarono nel comune di Onanì- Lula.
L'Unione tuttavia, non si rivelò proficua...
Pubblico un piccolo stralcio della seduta del consiglio comunale del 1889 che deliberò l'aggregazione del comune di Lula a quello di Onanì:
"Il Consiglio Comunale di Onanì, di seguito all’invito diramato dal Signor Sindaco il dì 1 settembre 1889, si è oggi convocato in seduta pubblica, in una sala del Palazzo Comunale posto in Cuor di Gesù.
Presiede l’adunanza il Signor Sannio Antonio Sindaco e sono presenti i signori Sannio G., Goddi G.A., Contu I., Assuttu, Pintus, Masuri, Boe Antonio, Leu, Boe G.A..
Assiste l’adunanza il Sig. Ciriaco Ant. Porcu Segretario Comunale.
....Delibera:
1. Di domandare al Governo del Re che sia aggregato a questo comune il vicino Comune di Lula, tenendo separati i patrimoni rispettivi ed in comune tutte le rendite dei capitali investiti o da investirsi per far fronte alle spese obbligatorie, facoltative e straordinarie dei due comuni uniti. Venendo a dividersi i terreni comunali di Onanì, saranno ripartiti esclusivamente fra quei di Onanì. ..."
L'unificazione sarebbe durata fino al mese di gennaio del 1896, già nel 1893 in seguito ai dei tumulti che sfociarono nel 'pestaggio' dell'ex segretario comunale, il comune di Onanì, richiese alla Provincia di Sassari e al Re di poter ritornare comune autonomo.
Dal 1890 al 1896, i comuni di Onanì e Lula si aggregarono nel comune di Onanì- Lula.
L'Unione tuttavia, non si rivelò proficua...
Pubblico un piccolo stralcio della seduta del consiglio comunale del 1889 che deliberò l'aggregazione del comune di Lula a quello di Onanì:
"Il Consiglio Comunale di Onanì, di seguito all’invito diramato dal Signor Sindaco il dì 1 settembre 1889, si è oggi convocato in seduta pubblica, in una sala del Palazzo Comunale posto in Cuor di Gesù.
Presiede l’adunanza il Signor Sannio Antonio Sindaco e sono presenti i signori Sannio G., Goddi G.A., Contu I., Assuttu, Pintus, Masuri, Boe Antonio, Leu, Boe G.A..
Assiste l’adunanza il Sig. Ciriaco Ant. Porcu Segretario Comunale.
....Delibera:
1. Di domandare al Governo del Re che sia aggregato a questo comune il vicino Comune di Lula, tenendo separati i patrimoni rispettivi ed in comune tutte le rendite dei capitali investiti o da investirsi per far fronte alle spese obbligatorie, facoltative e straordinarie dei due comuni uniti. Venendo a dividersi i terreni comunali di Onanì, saranno ripartiti esclusivamente fra quei di Onanì. ..."
L'unificazione sarebbe durata fino al mese di gennaio del 1896, già nel 1893 in seguito ai dei tumulti che sfociarono nel 'pestaggio' dell'ex segretario comunale, il comune di Onanì, richiese alla Provincia di Sassari e al Re di poter ritornare comune autonomo.
venerdì 19 maggio 2017
Ammentende sa batalla de Macumere de su 19 de maju de su 1478.
Macumere est una tzitade posta in su tzentru de sa Sardigna, in d’unu territòriu naradu Màrghine, ca sos montes e sa Campeda chi la inghiriant, faghent de aberu “unu marghine” intre de su cabu de susu e su cabu de giosso de s’isula.
Su mangianu de su 19 de abrile, a inghìriu de sa tzitade b’at istada una batalla manna, intre de sos esercitos de Lenardu d’Alagon- Cubello (nadu fintzas “d’Arbarèe”, marchesu de Aristanis rebelle a su soberanu aragonesu) e de Nìgola de Carroz (vitzerè de su Rennu de Sardigna).
Siat Lenardu chi Nigola, fiat nepodes de sos giùighes de Arbarèe: sos mannos issoro fiant Nigola (pro Lenardu) e Giuanne (pro Nigola) frades de Marianu IV.
Sa cuntierra pro su feudu de su marchesadu de Aristanis fiat durada 7 annos, a sa fine de abrile de su 1470 in sa batalla de Uras, aiat bìnchidu Lenardu, ma in cussa de Macumere, Nigola de Carroz fiat arribadu prontu cun d’unu esercitu mannu.
Sa batalla de Macumere, binchida dae sos aragonesos, pro mèdiu de una preparatzione militare prus manna e de un’istùdiu de su logu, est istada sa fine de sas isperas de libertade de sos Sardos, mentras pro sos aragonesos est istada sa binchida definitiva contra de sos Sardos a pustis de prus de 150 annos de gherra de conchista. Su marchesu rebelle, fiat diventadu unu perìgulu mannu ca aiat fintzas seberadu de torrare a bogare a pitzu s’àrvure irraighinadu, istendardu de su rennu d’Arbarèe e aiat fintzas incumentzadu a si frimmare comente Lenardu de Arbarèe.
Su sero de su 18 de maju de su 1478, su marchesu cun s’esercitu suo, fiant postos in intre de su casteddu de Macumere (in su giassu naradu oe “Sa Presone ‘Etza”), mentras su vitzerè avvisadu a mangianu chi su marchesu fiat in Macumere e non in su casteddu de Burgos, aiat mudadu càminu e a pustis de àere bìnchidu e bòcchidu sos òmines de sas biddas de Noragugume, Duarche, Golothene e Borore fiat arribadu in suta in su logu naradu Campu Castigadu – Tossilo (in ube a dies de oe s’agatat s’inchisinadore): dae inie sos òmines de su vitzerè fiant pigados in Macumere a s’iscurigadòrgiu passende dae s’iscala de s’Erbagusa e arribande in sos logos narados Sertinu, Bonudrau, Santa Maria.
Solu su mangianu s’avanguardia de su marchesu si che fiat abigiada chi sos aragonesos fiant arribados fintzas a su nuraghe Sa Corte, ponindesi in d’una positzione prus arta respetu a su casteddu de Macumere.In su note, fiat arribadu in Macumere fintzas Artale su fìgiu prus mannu de su marchesu cun sos cadderis, e pro totu su note, aiat proadu a fàghere mudare idea a su babbu, chi cheriat atacare deretu sos aragonesos.
Su mangianu a s’arvèschida su marchesu, aiat dadu a Artale s’ordine de èssire e de atacare, ma in su tretu dae s’èssida de su casteddu, su giassu in ube fiat arribados sos aragonesos, non bi fiat su logu pro lantziare sos caddos, ca su logu fiant malu e pedrosu e in prus sos aragonesos aiant fintzas a disponimentu s’artiglieria.
Artale e sos cadderis suos fiant istados duncas, sos primos mortos de sa batalla; sos cadderis aragonesos postos in s’ala de iscalarba fiant falados in subra de sa fanteria de su marchesu comente un’astore fàmidu e l’aiant fata a bìculos: un’ala de sos soldados de su marchesu aiat proadu a si che fuire passende dae sos logos narados Funtana ‘e Cannone passende in S’Adde e fintzas a su logu nadu Meriaga (a curtzu de s’ispidale) e in suta de su nuraghe de Sant’Alvara, ma fiant istados sighidos e mortos dae sos cadderis aragonesos; àteros soldados de su marchesu fiant fuidos in giosso in su Campu Castigadu, pro agatare sa morte in d’unu logu naradu fintzas a dies de oe Campusantu.
Su marchesu, a pustis de sa morte de su fìgiu, aiat cumpresu chi sa batalla fiat pèrdida; e tando cun sos frades e sos àteros fìgios si che fiat fuidu a Bosa, passende dae Meriaga e dae su càminu pro Sindia.
In Bosa si che fiat imbarcadu, ma su comandante de sa nae, l’aiat fatu presoneri e bèndidu a su soberanu aragonesu Giuanne su Mannu. Pustis fiat istadu cundennadu a morte dae su soberanu Ferdinandu, fiat aduradu fintzas a sa morte sua in su 1494 in su casteddu de Xàtiva.
Cun sa batalla de Macumere, sos aragonesos binchiant a manera definitiva sos Sardos, ma sa bìnchida non depiat dàere sorte bona a sos bìnchidores: Dalmatziu su fìgiu de Nìgola de Carroz at mòrrere in s’ìstiu de su matessi annu, su vitzeré Nigola imbetze in s’antòngiu; su soberanu Giuanne su Mannu in su 1479.
A pustis de sa batalla, su casteddu de Macumere est istadu deruttu e totu cussu chi podiat ammentare su marchesu de Aristanis e su rennu d’Arbarèe est istadu cantzelladu.
Macumere est una tzitade posta in su tzentru de sa Sardigna, in d’unu territòriu naradu Màrghine, ca sos montes e sa Campeda chi la inghiriant, faghent de aberu “unu marghine” intre de su cabu de susu e su cabu de giosso de s’isula.
Su mangianu de su 19 de abrile, a inghìriu de sa tzitade b’at istada una batalla manna, intre de sos esercitos de Lenardu d’Alagon- Cubello (nadu fintzas “d’Arbarèe”, marchesu de Aristanis rebelle a su soberanu aragonesu) e de Nìgola de Carroz (vitzerè de su Rennu de Sardigna).
Siat Lenardu chi Nigola, fiat nepodes de sos giùighes de Arbarèe: sos mannos issoro fiant Nigola (pro Lenardu) e Giuanne (pro Nigola) frades de Marianu IV.
Sa cuntierra pro su feudu de su marchesadu de Aristanis fiat durada 7 annos, a sa fine de abrile de su 1470 in sa batalla de Uras, aiat bìnchidu Lenardu, ma in cussa de Macumere, Nigola de Carroz fiat arribadu prontu cun d’unu esercitu mannu.
Sa batalla de Macumere, binchida dae sos aragonesos, pro mèdiu de una preparatzione militare prus manna e de un’istùdiu de su logu, est istada sa fine de sas isperas de libertade de sos Sardos, mentras pro sos aragonesos est istada sa binchida definitiva contra de sos Sardos a pustis de prus de 150 annos de gherra de conchista. Su marchesu rebelle, fiat diventadu unu perìgulu mannu ca aiat fintzas seberadu de torrare a bogare a pitzu s’àrvure irraighinadu, istendardu de su rennu d’Arbarèe e aiat fintzas incumentzadu a si frimmare comente Lenardu de Arbarèe.
Su sero de su 18 de maju de su 1478, su marchesu cun s’esercitu suo, fiant postos in intre de su casteddu de Macumere (in su giassu naradu oe “Sa Presone ‘Etza”), mentras su vitzerè avvisadu a mangianu chi su marchesu fiat in Macumere e non in su casteddu de Burgos, aiat mudadu càminu e a pustis de àere bìnchidu e bòcchidu sos òmines de sas biddas de Noragugume, Duarche, Golothene e Borore fiat arribadu in suta in su logu naradu Campu Castigadu – Tossilo (in ube a dies de oe s’agatat s’inchisinadore): dae inie sos òmines de su vitzerè fiant pigados in Macumere a s’iscurigadòrgiu passende dae s’iscala de s’Erbagusa e arribande in sos logos narados Sertinu, Bonudrau, Santa Maria.
Solu su mangianu s’avanguardia de su marchesu si che fiat abigiada chi sos aragonesos fiant arribados fintzas a su nuraghe Sa Corte, ponindesi in d’una positzione prus arta respetu a su casteddu de Macumere.In su note, fiat arribadu in Macumere fintzas Artale su fìgiu prus mannu de su marchesu cun sos cadderis, e pro totu su note, aiat proadu a fàghere mudare idea a su babbu, chi cheriat atacare deretu sos aragonesos.
Su mangianu a s’arvèschida su marchesu, aiat dadu a Artale s’ordine de èssire e de atacare, ma in su tretu dae s’èssida de su casteddu, su giassu in ube fiat arribados sos aragonesos, non bi fiat su logu pro lantziare sos caddos, ca su logu fiant malu e pedrosu e in prus sos aragonesos aiant fintzas a disponimentu s’artiglieria.
Artale e sos cadderis suos fiant istados duncas, sos primos mortos de sa batalla; sos cadderis aragonesos postos in s’ala de iscalarba fiant falados in subra de sa fanteria de su marchesu comente un’astore fàmidu e l’aiant fata a bìculos: un’ala de sos soldados de su marchesu aiat proadu a si che fuire passende dae sos logos narados Funtana ‘e Cannone passende in S’Adde e fintzas a su logu nadu Meriaga (a curtzu de s’ispidale) e in suta de su nuraghe de Sant’Alvara, ma fiant istados sighidos e mortos dae sos cadderis aragonesos; àteros soldados de su marchesu fiant fuidos in giosso in su Campu Castigadu, pro agatare sa morte in d’unu logu naradu fintzas a dies de oe Campusantu.
Su marchesu, a pustis de sa morte de su fìgiu, aiat cumpresu chi sa batalla fiat pèrdida; e tando cun sos frades e sos àteros fìgios si che fiat fuidu a Bosa, passende dae Meriaga e dae su càminu pro Sindia.
In Bosa si che fiat imbarcadu, ma su comandante de sa nae, l’aiat fatu presoneri e bèndidu a su soberanu aragonesu Giuanne su Mannu. Pustis fiat istadu cundennadu a morte dae su soberanu Ferdinandu, fiat aduradu fintzas a sa morte sua in su 1494 in su casteddu de Xàtiva.
Cun sa batalla de Macumere, sos aragonesos binchiant a manera definitiva sos Sardos, ma sa bìnchida non depiat dàere sorte bona a sos bìnchidores: Dalmatziu su fìgiu de Nìgola de Carroz at mòrrere in s’ìstiu de su matessi annu, su vitzeré Nigola imbetze in s’antòngiu; su soberanu Giuanne su Mannu in su 1479.
A pustis de sa batalla, su casteddu de Macumere est istadu deruttu e totu cussu chi podiat ammentare su marchesu de Aristanis e su rennu d’Arbarèe est istadu cantzelladu.
martedì 28 febbraio 2017
Ciao Adele…
Ho voluto lasciar passare qualche giorno, per stemperare un po’ l’emozione e la tristezza della tua partenza; per me, non eri soltanto un amministratore capace ed un sindaco caparbio, ma soprattutto un’amica. La nostra non era un’amicizia dove fosse necessaria la quotidianità: ma un piacevole ritrovarsi in sintonia sulle questioni della vita e della comune passione per la storia, per la lingua e per tutto quello che riguardasse la Sardegna.
Tuttavia voglio raccontare la prima Adele Virdis che ho conosciuto una decina d’anni fa, durante una delle mie ‘ricognizioni archivistiche’ presso l’Archivio di Stato di Nuoro, quando ancora la ‘politica’ non era entrata a far parte della sua vita.
Adele Virdis era una bravissima archivista, dotata non solo della necessaria e qualificata competenza professionale, ma soprattutto di una grande disponibilità, educazione e pazienza.
Mi ricordo ancora la prima volta che la direttrice dell’Archivio, dopo avermi fatto completare l’espletamento delle solite ‘pratiche’ burocratiche di registrazione e la verifica dei dati personali, mi fece entrare nella rinnovata sala lettura, per ‘affidarmi’ all’archivista Virdis che mi aspettava pazientemente avvolta in un camice ‘verde’, dotata come previsto dalle norme di ‘mascherina’ e ‘guanti’ protettivi, che nel contesto delle luci e del soffitto ‘di isolamento sonoro’ del locale, facevano ‘quasi’ sembrare la giovane archivista ,a me ancora sconosciuta, come un chirurgo pronto ad operare.
Mi fu sufficiente stringerti la mano per capire che davanti a me, c’era una persona ‘forte’ e sincera: la mano era forte ed il sorriso spontaneo.
Quell’anno, mi recai una decina di volte presso l’Archivio di Stato di Nuoro per consultare delle mappe e dei “sommarioni” del Cessato Catasto per le mie ricerche sui villaggi medievali abbandonati nel centro Sardegna, la tua accoglienza era sempre introdotta da un sorriso ironico e dalla ‘classica’ domanda di rito: «allora Mario, oggi a chi tocca?».
Sapevi bene che avrei passato lì l’intera giornata, tranne la mezz’ora di ‘pausa- pranzo’ in un bar posto nei pressi del Comando Provinciale dei Carabinieri; sorridevi nel vedermi consultare e praticamente ‘ricopiare’ qualche Sommarione e mi davi un prezioso aiuto per ‘srotolare’ le mappe di metà ‘800 dal formato abbastanza ‘grande’: tuttavia, nella serietà del momento riuscivamo sempre a ironizzare sulle mappe o su altre questioni.
Mi ricordo che durante le pause si parlava del precariato, degli studi, di quanto fosse difficile avere una vita ‘normale’: di quanto amassimo la ricerca storica e soprattutto la storia dei piccoli paesi.
Mi ricordo anche il giorno in cui con lo sguardo triste mi comunicasti che a breve ti sarebbe scaduto il contratto e che il rinnovo sarebbe stato molto difficile, neppure quell’incertezza comunque era stata sufficiente ad abbatterti: «è la vita Mario, finisco qua, inizierò da un’altra parte. Nel frattempo continuerò con gli studi».
Avevi sostenuto questo tuo concetto, con un solare sorriso e con tutta la tua naturale semplicità e forza.
Il nostro incontro successivo, sempre casuale, sarebbe stato qualche tempo dopo a Sedilo, in occasione della presentazione di un libro; durante la nostra breve chiacchierata mi comunicasti che ti saresti candidata come sindaco di Aidomaggiore: «sai Mario, abbiamo fatto una lista di ‘giovani’, vogliamo cambiare il paese, o almeno provarci».
Ancora una volta l’impressione che ne ricavai fu quella di una persona semplice, buona e forte.
Qualche tempo dopo, iniziai a lavorare per il progetto Atlante Toponomastico Sardo per la Regione Sardegna, e dopo aver fissato un appuntamento ad Aidomaggiore, mi accogliesti facendomi trovare tutto già pronto: al mio arrivo nella tua stanza da ‘sindaco’ con 10 minuti di ritardo, mi facesti trovare ‘abili e arruolati’ quattro anziani allevatori del paese, pronti a darmi tutti i ragguagli possibili sulla toponomastica di Aidomaggiore.
Terminate le interviste per la raccolta dei dati toponomastici, m’invitasti un veloce caffè a casa tua dove iniziasti a raccontarmi della tua nuova vita da sindaco: «sai Mario, è una grande responsabilità, però mi piace perché amo il mio piccolo paese».
Nel 2011 svolsi con le colleghe Mariantonietta Piga e Giuliana Portas, una ricerca per il comune di Neoneli sulla figura del gesuita Bonaventura Licheri, la ricerca si svolse presso l’Archivio diocesano e presso la Biblioteca: c’era un fondo archivistico che ancora non era disponibile, che tu stavi pazientemente catalogando: fu l’occasione per una bella chiacchierata. Da allora però i nostri incontri, avvennero sempre fuori dagli archivi: a Macomer alla Mostra del Libro, a Sennariolo per il progetto “Hymnos” di cui eri una convinta sostenitrice con il ‘comune’ amico Gianbattista Ledda (prima assessore e poi sindaco di Sennariolo).
Ci siamo visti l’ultima volta nel mese di novembre 2016, nel palazzo comunale di Aidomaggiore: anche l’ultima chiacchierata non fu banale: avevi idee progetti e soprattutto mi dicesti che eri orgogliosa della tua ‘squadra’ di lavoro di amministratori e dipendenti comunali. Ti presi cordialmente in giro, accusandoti di essere diventata ‘dittatrice’, una ‘zarina’. Invece eri un ‘capo’ autorevole e non autoritario. Ma hai seminato bene: sono sicuro che la tua ‘squadra’, condotta dalla tua vice Antonella, saprà raccogliere la tua difficile eredità e portare a conclusione i tuoi progetti.
(Foto di Salvatore Ligios, dahttp://www.sardiniapost.it/culture/gli-atlanti-dellidentita-di-ligios-in-mostra-ad-arzachena/ )
Ho voluto lasciar passare qualche giorno, per stemperare un po’ l’emozione e la tristezza della tua partenza; per me, non eri soltanto un amministratore capace ed un sindaco caparbio, ma soprattutto un’amica. La nostra non era un’amicizia dove fosse necessaria la quotidianità: ma un piacevole ritrovarsi in sintonia sulle questioni della vita e della comune passione per la storia, per la lingua e per tutto quello che riguardasse la Sardegna.
Tuttavia voglio raccontare la prima Adele Virdis che ho conosciuto una decina d’anni fa, durante una delle mie ‘ricognizioni archivistiche’ presso l’Archivio di Stato di Nuoro, quando ancora la ‘politica’ non era entrata a far parte della sua vita.
Adele Virdis era una bravissima archivista, dotata non solo della necessaria e qualificata competenza professionale, ma soprattutto di una grande disponibilità, educazione e pazienza.
Mi ricordo ancora la prima volta che la direttrice dell’Archivio, dopo avermi fatto completare l’espletamento delle solite ‘pratiche’ burocratiche di registrazione e la verifica dei dati personali, mi fece entrare nella rinnovata sala lettura, per ‘affidarmi’ all’archivista Virdis che mi aspettava pazientemente avvolta in un camice ‘verde’, dotata come previsto dalle norme di ‘mascherina’ e ‘guanti’ protettivi, che nel contesto delle luci e del soffitto ‘di isolamento sonoro’ del locale, facevano ‘quasi’ sembrare la giovane archivista ,a me ancora sconosciuta, come un chirurgo pronto ad operare.
Mi fu sufficiente stringerti la mano per capire che davanti a me, c’era una persona ‘forte’ e sincera: la mano era forte ed il sorriso spontaneo.
Quell’anno, mi recai una decina di volte presso l’Archivio di Stato di Nuoro per consultare delle mappe e dei “sommarioni” del Cessato Catasto per le mie ricerche sui villaggi medievali abbandonati nel centro Sardegna, la tua accoglienza era sempre introdotta da un sorriso ironico e dalla ‘classica’ domanda di rito: «allora Mario, oggi a chi tocca?».
Sapevi bene che avrei passato lì l’intera giornata, tranne la mezz’ora di ‘pausa- pranzo’ in un bar posto nei pressi del Comando Provinciale dei Carabinieri; sorridevi nel vedermi consultare e praticamente ‘ricopiare’ qualche Sommarione e mi davi un prezioso aiuto per ‘srotolare’ le mappe di metà ‘800 dal formato abbastanza ‘grande’: tuttavia, nella serietà del momento riuscivamo sempre a ironizzare sulle mappe o su altre questioni.
Mi ricordo che durante le pause si parlava del precariato, degli studi, di quanto fosse difficile avere una vita ‘normale’: di quanto amassimo la ricerca storica e soprattutto la storia dei piccoli paesi.
Mi ricordo anche il giorno in cui con lo sguardo triste mi comunicasti che a breve ti sarebbe scaduto il contratto e che il rinnovo sarebbe stato molto difficile, neppure quell’incertezza comunque era stata sufficiente ad abbatterti: «è la vita Mario, finisco qua, inizierò da un’altra parte. Nel frattempo continuerò con gli studi».
Avevi sostenuto questo tuo concetto, con un solare sorriso e con tutta la tua naturale semplicità e forza.
Il nostro incontro successivo, sempre casuale, sarebbe stato qualche tempo dopo a Sedilo, in occasione della presentazione di un libro; durante la nostra breve chiacchierata mi comunicasti che ti saresti candidata come sindaco di Aidomaggiore: «sai Mario, abbiamo fatto una lista di ‘giovani’, vogliamo cambiare il paese, o almeno provarci».
Ancora una volta l’impressione che ne ricavai fu quella di una persona semplice, buona e forte.
Qualche tempo dopo, iniziai a lavorare per il progetto Atlante Toponomastico Sardo per la Regione Sardegna, e dopo aver fissato un appuntamento ad Aidomaggiore, mi accogliesti facendomi trovare tutto già pronto: al mio arrivo nella tua stanza da ‘sindaco’ con 10 minuti di ritardo, mi facesti trovare ‘abili e arruolati’ quattro anziani allevatori del paese, pronti a darmi tutti i ragguagli possibili sulla toponomastica di Aidomaggiore.
Terminate le interviste per la raccolta dei dati toponomastici, m’invitasti un veloce caffè a casa tua dove iniziasti a raccontarmi della tua nuova vita da sindaco: «sai Mario, è una grande responsabilità, però mi piace perché amo il mio piccolo paese».
Nel 2011 svolsi con le colleghe Mariantonietta Piga e Giuliana Portas, una ricerca per il comune di Neoneli sulla figura del gesuita Bonaventura Licheri, la ricerca si svolse presso l’Archivio diocesano e presso la Biblioteca: c’era un fondo archivistico che ancora non era disponibile, che tu stavi pazientemente catalogando: fu l’occasione per una bella chiacchierata. Da allora però i nostri incontri, avvennero sempre fuori dagli archivi: a Macomer alla Mostra del Libro, a Sennariolo per il progetto “Hymnos” di cui eri una convinta sostenitrice con il ‘comune’ amico Gianbattista Ledda (prima assessore e poi sindaco di Sennariolo).
Ci siamo visti l’ultima volta nel mese di novembre 2016, nel palazzo comunale di Aidomaggiore: anche l’ultima chiacchierata non fu banale: avevi idee progetti e soprattutto mi dicesti che eri orgogliosa della tua ‘squadra’ di lavoro di amministratori e dipendenti comunali. Ti presi cordialmente in giro, accusandoti di essere diventata ‘dittatrice’, una ‘zarina’. Invece eri un ‘capo’ autorevole e non autoritario. Ma hai seminato bene: sono sicuro che la tua ‘squadra’, condotta dalla tua vice Antonella, saprà raccogliere la tua difficile eredità e portare a conclusione i tuoi progetti.
(Foto di Salvatore Ligios, dahttp://www.sardiniapost.it/culture/gli-atlanti-dellidentita-di-ligios-in-mostra-ad-arzachena/ )
domenica 22 gennaio 2017
Recensione del film “BANDIDOS E BALENTES”
Di Mario A. Sanna
Nella giornata di ieri 21 gennaio 2017, abbiamo assistito alla prima giornata di proiezione del nuovo film ‘sardo’, presso il Movies Multisala di Santa Giusta: siamo stati fortunati, perché eravamo prenotati alla proiezione delle ore 20.30 e questo ci ha permesso di poter vedere il film, al contrario di non pochi spettatori, che invece hanno dovuto rinviare la loro visione, perché intorno alle 17.30 un fulmine si è abbattuto sulla struttura mandando in tilt la proiezione.
A parte questo piccolo incidente che abbiamo evitato, la proiezione del film è stata indubbiamente un successo: sale piene e tantissima gente incuriosita: un bel risultato per l’entusiasta regista Fabio Manuel Mulas, tiesino con importanti esperienze di vita e cinematografiche alle spalle, nonostante la sua giovane età, che ha ideato il film con il suo amico Gianluca Pirastu appuntato dell’Arma e si è avvalso di Antonio Giovanni Pischedda per la scrittura.
La trama.
In un paese della Sardegna centrale, padre e figlio componenti di una famiglia di pastori incontrano per sfortunata coincidenza una banda di abigeatari: purtroppo per loro, aver visto i responsabili del furto equivale ad una condanna a morte che viene eseguita mentre qualche tempo dopo, sono intenti a lavare i bidoni del latte presso un abbeveratoio; l’omicidio purtroppo, viene visto da altri due sfortunati allevatori, che a loro volta, finiscono immediatamente sotto il tiro dei killer: uno di essi verrà ucciso subito e l’altro si salverà solo per puro caso.
Durante il funerale del marito e del figlio, Mintonia vedova e mamma di due degli uccisi, rifiuta sdegnatamente e pubblicamente le condoglianze di Bainzu, un giovane del paese, che lei sa essere uno dei sicari.
Contemporaneamente, Mintonia sollecita il rientro di Bobore il figlio emigrato in Belgi: un ragazzo onesto e coraggioso, un ‘balente’ appunto. Il rientro di Bobore, coinciderà con l’inizio di un percorso di sangue, dovuto alla forte rivalità tra le due fazioni: da un lato Bainzu con la sua banda criminale ‘sos bandidos’, dall'altra la famiglia di Bobore con i suoi parenti e alleati.
La rivalità si fa molto accesa con dispetti e morti da ambo le parti, il culmine però viene raggiunto quando per sbaglio, durante un agguato sotto la casa di Bobore, la banda di Bainzu uccide la giovane e innocente sorella Angheledda.
Con la morte accidentale della donna, viene violato, quel codice non scritto che nelle faide tradizionali aveva sempre rispettato donne e bambini; è la fine di ogni possibilità di pacificazione tra le opposte fazioni: una guerra senza regole, dove si contano i caduti da ambo e le parti ed i funerali nel piccolo paese si susseguono con un ritmo vertiginoso, nonostante le indagini del maresciallo dei carabinieri e le prediche e le ‘filippiche’ dell’anziano parroco, cerchino invano di riportare la serenità nella comunità.
La banda di Bainzu intanto, con due nuovi componenti, diventa l’incubo del circondario: furti, grassazioni, un sequestro di persona e anche qualche lite interna; Bobore invece cerca di resistere, ma alla fine decide di arrendersi: prepara nuovamente la valigia per cercare altrove una serenità che nel suo paese è impossibile.
Appunti tecnici
Il film è stato girato praticamente ‘in presa diretta’ con l’ausilio di attori non professionisti che si sono rivelati molto capaci e convincenti nei loro ruoli con un ottimo risultato; anche le semplici comparse appaiono ben integrate. Molto bravi gli attori principali Elisabetta Contini, Tore Sanna, Katia Corda Giuseppe Garippa, Giuseppe Porcu, Salvatore Demurtas, Alessandro Orrù, Pietro Deriu, Antonangelo Piu, Diego Russo, Gianfranco Manca e Luca Locci. Tra gli attori non protagonisti, segnaliamo l’ottima recitazione del ‘vero’ sacerdote don Giovanni Chirra ex parroco di Silanus, che crediamo abbia stupito tutti i presenti in sala.
Splendido il contesto scenografico del film, girato a Bonorva nella frazione di Rebeccu, Silanus, Giave, Mamoiada, e nelle campagne del Goceano, a conferma di quanto la Sardegna possa offrire al cinema per la sua particolarità e unicità dei luoghi.
La fotografia del film curata da Stefano Desole, è di un livello molto alto; cercando il pelo nell'uovo, si potrebbe dire che gli unici limiti del film, siano nella trama, dove ad uno spettatore poco attento potrebbe capitare di perdere il 'filo' logico del film.
Buona la colonna sonora del film, anche se forse un po’ ripetitiva, curata da Daniele Barbato Boe.
Considerando che si tratta di un film auto-prodotto senza alcun finanziamento pubblico, riteniamo che il risultato raggiunto dagli autori e dal regista sia sicuramente ottimo.
Coraggiosa e originale la scelta del regista e degli autori di far girare il film in lingua sarda, con attori di varia provenienza geografica, che dimostrano l’immensa ricchezza e originalità del lessico sardo.
Concludiamo la recensione con un sincero apprezzamento del film e con l’auspicio che l’iperattivo e creativo Fabio Manuel Mulas prosegua il suo percorso professionale sulla strada della qualità dimostrata con questo lavoro.
Il trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=AwhEwVRyG8c
Di Mario A. Sanna
Nella giornata di ieri 21 gennaio 2017, abbiamo assistito alla prima giornata di proiezione del nuovo film ‘sardo’, presso il Movies Multisala di Santa Giusta: siamo stati fortunati, perché eravamo prenotati alla proiezione delle ore 20.30 e questo ci ha permesso di poter vedere il film, al contrario di non pochi spettatori, che invece hanno dovuto rinviare la loro visione, perché intorno alle 17.30 un fulmine si è abbattuto sulla struttura mandando in tilt la proiezione.
A parte questo piccolo incidente che abbiamo evitato, la proiezione del film è stata indubbiamente un successo: sale piene e tantissima gente incuriosita: un bel risultato per l’entusiasta regista Fabio Manuel Mulas, tiesino con importanti esperienze di vita e cinematografiche alle spalle, nonostante la sua giovane età, che ha ideato il film con il suo amico Gianluca Pirastu appuntato dell’Arma e si è avvalso di Antonio Giovanni Pischedda per la scrittura.
La trama.
In un paese della Sardegna centrale, padre e figlio componenti di una famiglia di pastori incontrano per sfortunata coincidenza una banda di abigeatari: purtroppo per loro, aver visto i responsabili del furto equivale ad una condanna a morte che viene eseguita mentre qualche tempo dopo, sono intenti a lavare i bidoni del latte presso un abbeveratoio; l’omicidio purtroppo, viene visto da altri due sfortunati allevatori, che a loro volta, finiscono immediatamente sotto il tiro dei killer: uno di essi verrà ucciso subito e l’altro si salverà solo per puro caso.
Durante il funerale del marito e del figlio, Mintonia vedova e mamma di due degli uccisi, rifiuta sdegnatamente e pubblicamente le condoglianze di Bainzu, un giovane del paese, che lei sa essere uno dei sicari.
Contemporaneamente, Mintonia sollecita il rientro di Bobore il figlio emigrato in Belgi: un ragazzo onesto e coraggioso, un ‘balente’ appunto. Il rientro di Bobore, coinciderà con l’inizio di un percorso di sangue, dovuto alla forte rivalità tra le due fazioni: da un lato Bainzu con la sua banda criminale ‘sos bandidos’, dall'altra la famiglia di Bobore con i suoi parenti e alleati.
La rivalità si fa molto accesa con dispetti e morti da ambo le parti, il culmine però viene raggiunto quando per sbaglio, durante un agguato sotto la casa di Bobore, la banda di Bainzu uccide la giovane e innocente sorella Angheledda.
Con la morte accidentale della donna, viene violato, quel codice non scritto che nelle faide tradizionali aveva sempre rispettato donne e bambini; è la fine di ogni possibilità di pacificazione tra le opposte fazioni: una guerra senza regole, dove si contano i caduti da ambo e le parti ed i funerali nel piccolo paese si susseguono con un ritmo vertiginoso, nonostante le indagini del maresciallo dei carabinieri e le prediche e le ‘filippiche’ dell’anziano parroco, cerchino invano di riportare la serenità nella comunità.
La banda di Bainzu intanto, con due nuovi componenti, diventa l’incubo del circondario: furti, grassazioni, un sequestro di persona e anche qualche lite interna; Bobore invece cerca di resistere, ma alla fine decide di arrendersi: prepara nuovamente la valigia per cercare altrove una serenità che nel suo paese è impossibile.
Appunti tecnici
Il film è stato girato praticamente ‘in presa diretta’ con l’ausilio di attori non professionisti che si sono rivelati molto capaci e convincenti nei loro ruoli con un ottimo risultato; anche le semplici comparse appaiono ben integrate. Molto bravi gli attori principali Elisabetta Contini, Tore Sanna, Katia Corda Giuseppe Garippa, Giuseppe Porcu, Salvatore Demurtas, Alessandro Orrù, Pietro Deriu, Antonangelo Piu, Diego Russo, Gianfranco Manca e Luca Locci. Tra gli attori non protagonisti, segnaliamo l’ottima recitazione del ‘vero’ sacerdote don Giovanni Chirra ex parroco di Silanus, che crediamo abbia stupito tutti i presenti in sala.
Splendido il contesto scenografico del film, girato a Bonorva nella frazione di Rebeccu, Silanus, Giave, Mamoiada, e nelle campagne del Goceano, a conferma di quanto la Sardegna possa offrire al cinema per la sua particolarità e unicità dei luoghi.
La fotografia del film curata da Stefano Desole, è di un livello molto alto; cercando il pelo nell'uovo, si potrebbe dire che gli unici limiti del film, siano nella trama, dove ad uno spettatore poco attento potrebbe capitare di perdere il 'filo' logico del film.
Buona la colonna sonora del film, anche se forse un po’ ripetitiva, curata da Daniele Barbato Boe.
Considerando che si tratta di un film auto-prodotto senza alcun finanziamento pubblico, riteniamo che il risultato raggiunto dagli autori e dal regista sia sicuramente ottimo.
Coraggiosa e originale la scelta del regista e degli autori di far girare il film in lingua sarda, con attori di varia provenienza geografica, che dimostrano l’immensa ricchezza e originalità del lessico sardo.
Concludiamo la recensione con un sincero apprezzamento del film e con l’auspicio che l’iperattivo e creativo Fabio Manuel Mulas prosegua il suo percorso professionale sulla strada della qualità dimostrata con questo lavoro.
Il trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=AwhEwVRyG8c
sabato 7 gennaio 2017
Cursu de Istòria Sarda in Aidumajore (OR)
In su mese de ghennnàrgiu de su 2017, s'at a fàghere in sa bidda de Aidumajore unu cursu de istòria sarda "AIDUMAJORE: DAE SU TEMPUS DE SOS GIUGHES A SOS ISPAGNOLOS (Sec. XI- XV).
Su cursu ammaniadu dae banda de s'Amministratzione Comunale de Aidomajore, ghiada dae Adele Virdis, cun s'agiudu de sa Coop. Sotziale "Onoai" de Ardaule, s'at a fàghere in su tzentru de Agregatzione Sotziale "Santu Jorzi", a sero a pustis de sas 5.30 in dies dae istabire.
Su cursu chi est in donu, at a durare 10 oras, e s'at a fàghere in chimbe addòvios.
Sa punna de su cursu est cussa de fàghere acurtziare a s'istòria locale medievale, sas pessones chi apant gana de connòschere s'istòria de sa terra issoro e fintzas chi apant gana de àere mèdios novos pro fàghere chircas istòricas.
Su cursu at a èssere fatu in sardu ei chie est interessadu si che depet marcare dimandende a sa Biblioteca Comunale o a s'ufìtziu de sos
Servìtzios Sotziales de su Comunu de Aidumajore o puru cramande sa dut.ssa Simona Solinas o imbiande unu mesàgiu de posta eletrònica a s'indiritzu solinassimona@gmail.com intro de sa die de 15 de ghennàrgiu 2017.
Pro àteras informatziones e pro sa modulistica abbaidare su situ de su comunu de Aidumajore
In su mese de ghennnàrgiu de su 2017, s'at a fàghere in sa bidda de Aidumajore unu cursu de istòria sarda "AIDUMAJORE: DAE SU TEMPUS DE SOS GIUGHES A SOS ISPAGNOLOS (Sec. XI- XV).
Su cursu ammaniadu dae banda de s'Amministratzione Comunale de Aidomajore, ghiada dae Adele Virdis, cun s'agiudu de sa Coop. Sotziale "Onoai" de Ardaule, s'at a fàghere in su tzentru de Agregatzione Sotziale "Santu Jorzi", a sero a pustis de sas 5.30 in dies dae istabire.
Su cursu chi est in donu, at a durare 10 oras, e s'at a fàghere in chimbe addòvios.
Sa punna de su cursu est cussa de fàghere acurtziare a s'istòria locale medievale, sas pessones chi apant gana de connòschere s'istòria de sa terra issoro e fintzas chi apant gana de àere mèdios novos pro fàghere chircas istòricas.
Su cursu at a èssere fatu in sardu ei chie est interessadu si che depet marcare dimandende a sa Biblioteca Comunale o a s'ufìtziu de sos
Servìtzios Sotziales de su Comunu de Aidumajore o puru cramande sa dut.ssa Simona Solinas o imbiande unu mesàgiu de posta eletrònica a s'indiritzu solinassimona@gmail.com intro de sa die de 15 de ghennàrgiu 2017.
Pro àteras informatziones e pro sa modulistica abbaidare su situ de su comunu de Aidumajore
venerdì 16 dicembre 2016
BONAVENTURA LICHERI
BONAVENTURA LICHERI.
Pubblico nel mio blog, l'introduzione storica "LA SARDEGNA E NEONELI: INQUADRAMENTO STORICO DEL PERIODO SPAGNOLO E PIEMONTESE", che è stata pubblicata nell'opuscolo "BONAVENTURA LICHERI. RACCONTATO DALLE FONTI ARCHIVISTICHE", a cura di Giuliana Portas, Mariantonietta Piga, Mario Antioco Sanna. Ed. Comune di Neoneli, Neoneli, 2016.
https://www.academia.edu/30486482/SANNA_M.A._LA_SARDEGNA_E_NEONELI_INQUADRAMENTO_STORICO_DEL_PERIODO_SPAGNOLO_E_PIEMONTESE_.pdf
Pubblico nel mio blog, l'introduzione storica "LA SARDEGNA E NEONELI: INQUADRAMENTO STORICO DEL PERIODO SPAGNOLO E PIEMONTESE", che è stata pubblicata nell'opuscolo "BONAVENTURA LICHERI. RACCONTATO DALLE FONTI ARCHIVISTICHE", a cura di Giuliana Portas, Mariantonietta Piga, Mario Antioco Sanna. Ed. Comune di Neoneli, Neoneli, 2016.
https://www.academia.edu/30486482/SANNA_M.A._LA_SARDEGNA_E_NEONELI_INQUADRAMENTO_STORICO_DEL_PERIODO_SPAGNOLO_E_PIEMONTESE_.pdf
venerdì 9 dicembre 2016
RECENSIONE DEL SAGGIO “ALLA SCOPERTA DEI SEGRETI PERDUTI DELLA SARDEGNA. ITINERARI PER SCOPRIRE NUOVI SCORCI, LEGGENDE, ANEDDOTI E TRADIZIONI” di ANTONIO MACCIONI, Newton Compton Edizioni, pg. 318, 12 euro. Il libro è disponibile anche nella versione E-book.
Antonio Maccioni, giovane scrittore originario di Scano Montiferro (OR) è laureato in filosofia e dottore di ricerca in Letterature Comparate. Ha lavorato per alcune case editrici e si è occupato di cronaca locale. Con la Newton Compton aveva già pubblicato “101 tesori nascosti della Sardegna da vedere almeno una volta nella vita”.
Ho letto con immenso piacere, in momenti di assoluto “relax” l’ultima fatica letteraria di Antonio Maccioni; il saggio è ben scritto e ha una lettura abbastanza scorrevole, che con il passare delle pagine coinvolge sempre di più il lettore. Rispetto ai testi, appare un po’ di difficile lettura l’introduzione, anche se naturalmente è ben curata ed essenziale per iniziare in maniera spedita “il viaggio nel testo”.
Nell’opera in oggetto, Antonio Maccioni, ci racconta la Sardegna in numerosi aspetti, suddividendo il testo in quattro parti: la prima parte “I segreti della natura, tra paradisi incontaminati, grotte nascoste e villaggi dimenticati”, c’introduce in un mondo fantastico tra luoghi della memoria, villaggi abbandonati, la scoperta dei bagni e della “Costa Smeralda”, il sistema “carsico” più importante d’Italia e i grifoni.
La seconda parte, “I segreti dell’archeologia, tra i riti antichi, civiltà sepolte e divinità fuori dal tempo”, ci catapulta nei numerosi misteri irrisolti dell’archeologia sarda; dai fossili, scheletri e astronauti di Lanaitho, al nuragico pop di Villagrande; i riti dell’incubazione ed il labirinto della domus de janas di Benetutti, fino al passaggio segreto sotto il castello di Bosa.
La terza parte, “I segreti della storia, tra banditi e delitti, poligoni militari e guerre silenziose”, parla dei manicomi, dei banditi, delle banditesse e della poesia; degli stereotipi sulla delinquenza sarda e di alcuni misteri che sono ancora sommersi nei mari della Sardegna.
La quarta e ultima parte, “I segreti della fede, tra santi e beati, mistici visionari, messe sataniche e angeli neri”, c’introduce nel viaggio per la scoperta delle reliquie dei santi, al satanismo, alle visioni mistiche e alle beate Antonia Mesina di Orgosolo ed Edvige Carboni di Pozzomaggiore.
Un bel libro, da leggere, soprattutto perché fa riferimento sia a fatti e vicende del passato, sia a fatti e problematiche attuali. Un bel libro da regalare a chi vorrebbe conoscere la Sardegna, al di là degli stereotipi; un bel libro, utile a fornire riflessioni e spunti a chi vorrebbe approfondire alcune tematiche sulla Sardegna.
Mario Antioco Sanna
Antonio Maccioni, giovane scrittore originario di Scano Montiferro (OR) è laureato in filosofia e dottore di ricerca in Letterature Comparate. Ha lavorato per alcune case editrici e si è occupato di cronaca locale. Con la Newton Compton aveva già pubblicato “101 tesori nascosti della Sardegna da vedere almeno una volta nella vita”.
Ho letto con immenso piacere, in momenti di assoluto “relax” l’ultima fatica letteraria di Antonio Maccioni; il saggio è ben scritto e ha una lettura abbastanza scorrevole, che con il passare delle pagine coinvolge sempre di più il lettore. Rispetto ai testi, appare un po’ di difficile lettura l’introduzione, anche se naturalmente è ben curata ed essenziale per iniziare in maniera spedita “il viaggio nel testo”.
Nell’opera in oggetto, Antonio Maccioni, ci racconta la Sardegna in numerosi aspetti, suddividendo il testo in quattro parti: la prima parte “I segreti della natura, tra paradisi incontaminati, grotte nascoste e villaggi dimenticati”, c’introduce in un mondo fantastico tra luoghi della memoria, villaggi abbandonati, la scoperta dei bagni e della “Costa Smeralda”, il sistema “carsico” più importante d’Italia e i grifoni.
La seconda parte, “I segreti dell’archeologia, tra i riti antichi, civiltà sepolte e divinità fuori dal tempo”, ci catapulta nei numerosi misteri irrisolti dell’archeologia sarda; dai fossili, scheletri e astronauti di Lanaitho, al nuragico pop di Villagrande; i riti dell’incubazione ed il labirinto della domus de janas di Benetutti, fino al passaggio segreto sotto il castello di Bosa.
La terza parte, “I segreti della storia, tra banditi e delitti, poligoni militari e guerre silenziose”, parla dei manicomi, dei banditi, delle banditesse e della poesia; degli stereotipi sulla delinquenza sarda e di alcuni misteri che sono ancora sommersi nei mari della Sardegna.
La quarta e ultima parte, “I segreti della fede, tra santi e beati, mistici visionari, messe sataniche e angeli neri”, c’introduce nel viaggio per la scoperta delle reliquie dei santi, al satanismo, alle visioni mistiche e alle beate Antonia Mesina di Orgosolo ed Edvige Carboni di Pozzomaggiore.
Un bel libro, da leggere, soprattutto perché fa riferimento sia a fatti e vicende del passato, sia a fatti e problematiche attuali. Un bel libro da regalare a chi vorrebbe conoscere la Sardegna, al di là degli stereotipi; un bel libro, utile a fornire riflessioni e spunti a chi vorrebbe approfondire alcune tematiche sulla Sardegna.
Mario Antioco Sanna
venerdì 4 novembre 2016
Questa sera 4 novembre 2016, alle ore 19 presso la libreria Emmemì di Macomer (NU), presenterò il romanzo di Antoni Flore Motzo. Vi aspettiamo numerosi.
Recensione del romanzo “Le pietre di Leàri” di Antoni Flore Motzo ”, edizioni Arkadia, Cagliari, 2016.
Antoni Flore Motzo, giovane storico e operatore linguistico e culturale di Scano Montiferro (OR), esordisce nel mondo letterario con un gradevole e scorrevole romanzo storico, ambientato nella Sardegna, non ancora totalmente romana, nelle concitate fasi successive alla battaglia di Cornus del 215 a.C.
Il romanzo “Le pietre di Leàri”, è di agile lettura: personaggi, fatti, luoghi vengono descritti con un tipo di scrittura che si avvicina a quella cinematografica; i capitoli del libro (che consta in tutto di 150 pagine) sono brevi e non permettono al lettore di avvertire alcun senso di stanchezza nella lettura.
La lettura del romanzo è pertanto rapida e piacevole: la storia, le vicende dei protagonisti e la descrizione dei luoghi vengono raccontati con grande precisione e sintesi.
Di notevole valore l’approccio alla psiche dei personaggi, l’orografia dei luoghi e la precisione storica , seria testimonianza di un grande lavoro di ricerca approfondito e durevole.
Il protagonista del romanzo è Birò, il condottiero o meglio “Giudice” della tribù degli Olèa, che vive stanziata nelle aspre alture dei Monti Ver, dove il condottiero risiede nel villaggio montano di Leàri, con l’anziana madre Sirbàna, la moglie e i tre figli; al protagonista si contrappone un romano di seconda generazione Lucio Erennio Fausto, che invece risiede nel villaggio romano di Turre, ai piedi dei Monti Ver con la bella, giovane e viziata figlia Erennia.
Birò, dopo l’alleanza con altre tribù delle zona, compie alcune azioni di guerriglia contro i romani; nel corso di queste azioni, avrà modo di conoscere il giovane e valoroso guerriero Naragulé, con il quale tuttavia, avrà inizio una tacita rivalità. Le azioni di guerriglia di Birò, inizialmente coronate dal successo, porteranno ad una spietata controffensiva romana, nella quale sarà impegnato direttamente il proconsole Tiberio Sempronio Gracco, che dopo aver inizialmente incassato una dolorosa batosta, deciderà di avvalersi dei consigli di Erennio per stanare i sardi pelliti dalle loro roccaforti. La potente reazione romana, seppur coronata dal successo militare, comporterà tuttavia un prezzo molto alto di vite umane per entrambe le parti, tanto da alimentare profondi dubbi sull’effettivo valore della conquista romana della Sardegna.
Le vicende storiche riportate nel romanzo, ci regalano un’ulteriore conferma, di quell’innata voglia di libertà, che i Sardi, talvolta inconsciamente, portano da sempre nel cuore.
mercoledì 6 luglio 2016
Bos torro 2.500 gràtzias....
S'Artìculu meu in subra de sa Batalla de Seddori de su 30 de làmpadas 1409lmpublicadu in su giornale in lìnea in sardu LIMBA SARDA 2.0, (http://salimbasarda.net/istoria/oe-sammentat-sa-batalla-de-seddori-su-1409-agabbat-sindipendentzia-sarda/) in sa die de su 30 de làmpadas de ocannu, est istadu letu 2.500 bortas e cumpartzidu dae belle che 600 pessones.
Bos torro gràtzias mannas e lu torro a pònnere in custu giassu meu.
mercoledì 22 giugno 2016
Recensione libro "MIO FRATELLO JOHN CARTA" di Vittoria Carta
Nei primi giorni di maggio durante una notte di insonnia, mi ritrovai a leggere con immenso piacere questo libello dai colori vivaci, che racconta la storia di un ragazzo sindiese, la cui storia, per alcuni versi mi ha ricordato la canzone Gianni Morandi “C’era un ragazzo che come me…amava i Beatles e i Rolling Stones”.
Durante la manifestazione “Primavera nel Marghine”, ho avuto finalmente l’onore ed il piacere di conoscere l’autrice del libro, la signora Vittoria Carta, recandomi direttamente nella “cortes” allestita per l’occasione nella propria casa di Sindia, ubicata nei pressi della piazza San Giorgio.
La signora Carta, si è rivelata una simpatica e raffinata ex insegnante che mi ha accolto a casa sua con grande entusiasmo e con grande orgoglio mi ha mostrato uno dei paracaduti del fratello e una delle tute da lui disegnata, ideata e realizzata.
Con grandissimo senso dell’ospitalità mi ha offerto un gustoso bicchiere di malvasia, in compagnia di una deliziosa nipote- studentessa universitaria e di un affabile amico d’infanzia del fratello.
Nel post che avevo pubblicato su Facebook in data 11 maggio avevo riportato la seguente impressione sul libro:
“La lettura di un bel racconto sulla vita di un giovane sindiese-algherese- statunitense. John Carta figlio di un sindiese, dopo essere rimasto orfano approdò negli Stati Uniti, dai suoi parenti, finì in Vietnam a guidare aerei ed elicotteri per il soccorso dei soldati, dove fu anche decorato ed al rientro divenne uno spericolato paracadutista che si lanciò anche dalle Torri Gemelle. Una figura particolare, raccontato con semplicità dalla sorella Vittoria Carta, rientrata nel paese del padre per trascorrere la pensione. Non avevo potuto seguire la presentazione per vari impegni, ma ci tenevo a leggerlo. Un bel libro da leggere di getto”.
Un appunto scritto di “getto” dopo una notte insonne appunto, ma che sottoscrivo anche oggi.
La figura di questo ragazzo sindiese- algherese- statunitense non va dimenticata e meritoriamente la sorella e i nipoti ricordano il loro caro John (nato Giovanni).
Recensione del romanzo “LA CUSTODE DEL MIELE E DELLE API” di Cristina Caboni- ed. Garzanti
Domenica scorsa a Bortigali (NU) su invito dell’Amministrazione Comunale, nell’ambito della manifestazione “Primavera nel Marghine”, insieme a Roberto Putzolu e all’autrice ho avuto l’onore di presentare questo bellissimo romanzo di Cristina Caboni. Alla presentazione è seguita una degustazione del miele e della birra al miele, che abbinata al formaggio locale hanno avuto un ottimo riscontro di gradimento.
Cristina Caboni è un apicultrice che vive con la propria famiglia nella provincia di Cagliari, dove esercita il proprio lavoro. “La custode del miele e delle api” edito dalla Garzanti, è il suo secondo romanzo dopo il grande successo del “Sentiero dei profumi”.
Il romanzo “La custode del miele e delle api” è una bella storia d’amore universale condensata in oltre 300 pagine: ogni capitolo viene introdotto da un differente tipo di miele con un’accurata descrizione delle qualità dello stesso. Alla fine del libro è presente anche un interessante glossario.
Il romanzo presenta una scrittura molto piacevole e descrittiva, si tratta di un libro che impegna molto i sensi: vengono descritti infatti odori, colori, gusti, oggetti, canto.
La protagonista del romanzo è Angelica, una giovane donna molto indipendente che gira l’Europa in camper per aiutare con le proprie competenze gli apicoltori di tutto il continente; è una donna che sembra felice; divide i propri spazi con i suoi piccoli animali da compagnia.
Improvvisamente a causa di un’eredità deve ritornare nel suo paesello d’origine in Sardegna, che aveva lasciato da bambina; qui aveva trascorso l’infanzia con la zia materna Margherita Senes “Jaja”, una donna che nella sua vasta casa, permetteva a tante donne di poter svolgere dei lavori artigianali.
La caratteristica principale di Jaja era quella di essere una bravissima apicultrice che cantava alle proprie api. Il rientro nel paesello di Abbadulche, è per Angelica la riscoperta della propria infanzia, con tutti i profumi, i suoni e le emozioni della propria infanzia, ma non sarà facile; alcuni parenti non hanno preso per niente bene, la notizia che Jaja abbia scelto come erede universale la giovane nipote, escludendo gli altri parenti dalla sostanziosa eredità comprendente casa, terreni e api.
L’ambientamento di Angelica ad Abbadulche comunque prosegue a tal punto, che la protagonista decide di non andar più via dal paese, la protagonista oltre alle proprie radici e ad un gruppo di amiche ha anche ritrovato dopo tanti anni Nicola il suo primo amore.
Ma Nicola con il fratello Claudio, fanno parte di una società immobiliare che vorrebbe costruire proprio ad Abbadulche un villaggio turistico che darebbe sviluppo e lavoro ai giovani del paese…
Il romanzo tratta dunque tematiche di notevole interesse: l’emancipazione femminile in Sardegna, il rispetto per l’ambiente e per le persone, la riscoperta delle tradizioni e la riscoperta dei gusti, saperi e sapori della Sardegna.
Un libro che dovrebbe essere letto da ogni sardo e che nei prossimi giorni sarà pubblicato in Germania.
domenica 12 giugno 2016
UNA PRESENTAZIONE “UN PO’ STRANA”
Appunti sulla presentazione del libro “Zia, lo sai che sei un po’ strana” di Patrizia Ciccani
Nella mia “carriera” di relatore, peraltro non lunghissima non mi era mai capitato di presentare un romanzo, un saggio o un qualunque altro lavoro letterario che affrontasse il difficile tema della disabilità: per questo motivo prima di accettare l’invito degli amici e delle amiche dell’associazione “S’olmina e s’Alte” di Magomadas (OR) sono stato un po’ dubbioso.
Il presidente dell’associazione Pietro Tilocca, grande lettore e amico mi ha convinto a partecipare come relatore, lanciandomi la sfida: e alle sfide, nonostante tutto, non riesco ancora a dire di no!
Premetto di non amare in particolar modo i “tuttologi”, ovvero coloro che pensano di essere “preparati” o “esperti” in qualunque disciplina: non è assolutamente sufficiente aver conseguito una laurea o aver letto una montagna di libri per essere automaticamente competenti in qualunque settore o disciplina! Premetto che ritengo di non aver forse, la giusta “sensibilità”, per affrontare delle tematiche così difficili.
Pertanto ho preferito affrontare questa “nuova sfida”, con un profilo molto basso: prima di tutto leggendo il libro, che è un bel volumetto con la copertina arancione, composta da circa 200 pagine di contenuti e aneddoti raccontati con un linguaggio semplice ed essenziale, che fanno intuire la formazione “classica” dell’autrice (che infatti è laureata in lettere classiche con una tesi in paleografia).
Chiaramente nel libro- autobiografia, ho ritrovato molto della città di Roma che ho conosciuto e frequentato negli anni ’90: dalle borgate al centro; ma non solo; a Roma abitava una mia cugina disabile (che oggi purtroppo, non c’è più) che aveva dei grossi problemi fisici, ma che comunque manifestava sempre una sorprendente solarità che ho ritrovato nell'autrice; nel libro e in Patrizia Ciccani ho anche rivisto in parte, le difficoltà pregiudiziali affrontate da una delle mie sorelle, che con il suo carattere caparbio e testardo (caratteristiche in possesso anche dell’autrice) ha comunque realizzato i propri sogni e le proprie aspirazioni professionali.
Per il forte impatto emotivo, pertanto presentare questo libro mi è risultato molto arduo: è difficile descrivere un testo simile, senza rischiare di cadere nel patetico e senza inciampare nel pathos che la lettura od il coinvolgimento emotivo del libro possono causare. Per questi motivi, da quasi profano di didattica e pedagogia speciale ho affrontato la sfida con poche parole; credo che più che le parole questa volta possano fare molto di più la forte presenza dell’autrice, che ha comunque trovato in Pietro Tilocca, una valida spalla, capace con la stessa ironia dell’autrice di trovare le giuste parole, per raccontare quest’opera romanzata e autobiografica.
Ho trovato molto brave e coinvolgenti le lettrici dell’associazione “Sofia” che hanno letto alcuni dei brani più rappresentativi del libro; mi è piaciuta tantissimo l’altra relatrice Roberta Lollobrigida, sia per la semplicità del suo intervento, sia per la simpatica umanità che ha saputo trasmettere.
Perfetta l’organizzazione logistica dei ragazzi e delle ragazze dell’associazione “S’olmina ‘e s’Alte” che hanno organizzato l’evento.
sabato 4 giugno 2016
Recensione del libro “Zia, lo sai che sei un po’ strana?!” di Patrizia Ciccani, Charleston USA, 2016.
Di Mario A. Sanna
Patrizia Ciccani, nata a Roma nel 1962, ha conseguito il dottorato di ricerca in Pedagogia presso l’Università Roma Tre; afflitta fin dalla nascita di tetraparesi spastica, l’autrice si era già distinta in ambito scientifico per due precedenti pregevoli pubblicazioni dalle tematiche innovative: pubblicando nel 2001 “Il girotondo di Anpamaro. Familiarizzare con la diversità” (Armando Editore); un testo collegato all'esperienza svolta dall'autrice nell'ambito del Progetto Girotondo, che prevedeva un intervento educativo condotto da persone disabili nelle scuole di base per identificare i fattori che influenzano l'accettazione dei bambini disabili da parte dei compagni e per prevenire e ridurre pregiudizi e stereotipi.
Sempre con lo stesso editore nel 2009, l’autrice aveva pubblicato il saggio educativo “Pregiudizi e disabilità. Individuazione di strategie educative per l’elaborazione e il superamento del pregiudizio”, un testo che offre un significativo contributo alla ricerca pedagogica e didattica speciale, scritto successivamente al laboratorio di “Disabilità e counseling educativo”, svolto con la collaborazione degli studenti frequentanti il corso di Pedagogia Speciale.
Con il libro “Zia, lo sai che sei un po’ strana?!”, Patrizia Ciccani lascia la saggistica scientifica e filo- accademica, per addentrarsi in un racconto dal forte sapore autobiografico, dove con un linguaggio semplice e asciutto, racconta alcune delle fasi della sua esistenza: dall’infanzia alle prime esperienze scolastiche, dal diploma ai primi viaggi svolti in autonomia; dall’esperienza universitaria come studente alle prime esperienze lavorative, dall’esperienza di ricerca e di sperimentazione presso l’università alle nuove sfide ancora in atto; senza tralasciare altri momenti di crescita e confronto con la narrazione di alcune difficoltà pratiche, dell’importanza dell’amicizia, della famiglia, l’amore e la nuova dimensione di “zia”.
Il libro “Zia, lo sai che sei un po’ strana?!”, racconta dunque con una narrazione di tipo scorrevole, le difficoltà quotidiana che una giovane disabile, deve quotidianamente affrontare, in ambito pratico ma soprattutto mentale: con la consapevolezza della propria diversità e della capacità del farsi accettare dagli altri, cercando e trovando, come nel caso dell’autrice, di vivere una vita “normale”. Perché se è vero che un disabile, portatore di un handicap “fisico”, non può fare proprio tutto quello che fisicamente possono fare i normodotati, è anche vero che un giusto atteggiamento psicologico e con il giusto sostegno della famiglia e degli amici, lo stesso disabile può permettersi comunque di affrontare le difficoltà della vita.
Si ricorda, che il libro sarà presentato a Magomadas (OR), a cura dell'Associazione "S'Olmina'e S'Alte" in data 11/06/2016, alle ore 18.00 presso il piazzale “Binza ‘e cresia” in via della Pace.
Per info: https://www.facebook.com/events/1726678984213215/
giovedì 5 maggio 2016
Perché l’Arcangelo Gabriele non deve più volar via dal paese di Sagama.
Sagama è un piccolo centro della regione storica della Planargia; conta 196 abitanti ed una superficie comunale di 11, 72 Kmq, un bar, un negozio di alimentari riaperto recentemente, e l’ufficio postale aperto per due giorni alla settimana. Eppure fino a qualche decennio fa, a Sagama c’erano le scuole elementari, lo sportello bancario e addirittura la locale stazione dei carabinieri; ora anche il giovane parroco don Antonello, si divide tra la comunità di Scano e quella di Sagama. Sagama è un paese antichissimo, posto sopra un gradino calcareo, quasi a dominare la splendida vallata denominata Badde ‘e Sagama; il paese è sorto in epoca nuragica intorno ad un santuario nuragico, come testimoniato dai ben 4 nuraghi che tuttora, ne controllano gli accessi: nuraghe Funtanedda e Muristene ad ovest nelle immediate vicinanze della chiesa- santuario- parrocchiale di San Gabriele; nuraghe Molineddu ad est e nuraghe Mura de Canes a nord- est. Se non bastasse, a controllare la fertile vallata della Badde ‘e Sagama, troviamo il nuraghe Sos Passialzos (o Pascialzos) insieme a quelli di Su Nuratolu e Giannas e l’insediamento di Mura Pianu. La chiesa parrocchiale di San Gabriele le cui forme attuali risalgono ai primi anni del 1600, ma il cui primo edificio originario è antichissimo e visibile nei sotterranei della chiesa, è una chiesa- museo: oltre all'antichissima statua di San Gabriele, risalente al XIII secolo, custodisce una serie di quadri- altari di notevole importanza. Fino alla prima guerra mondiale, la festa dell’Arcangelo Gabriele (detto anche S’Anzelu), era una delle sagre- fiere più importanti, non soltanto della Planargia, ma di tutto il circondario: un vero villaggio religioso, con tanto di recinto con un ingresso munito di arco davanti alla chiesa. Poi arrivò il primo conflitto mondiale: i lutti, l’emigrazione e la poca voglia di festeggiare; intanto la chiesa cadeva in rovina, le mura del recinto e l’arco furono abbattuti per far passare le vetture e gli autobus nel nuovo corso Vittorio Emauele, il piccolo cimitero adiacente si riempiva di morti e ne fu costruito uno nuovo fuori dal paese; poi durante l’epoca fascista, il paese perdeva pure la propria autonomia, diventando insieme ai vicini centri di Tinnura e Flussio una frazione del Comune di Suni. Negli anni ’60 dopo un periodo tormentato della storia sagamese, qualcuno decise che quell'Arcangelo ligneo, in grave stato di degrado, che si trovava dentro una malsana chiesa, dovesse essere protetto e magari restaurato:e dunque l’Arcangelo Gabriele fu fatto volar via da Sagama, per finire nel palazzo vescovile di Bosa e poi a Sassari per il restauro. La chiesa parrocchiale venne quasi abbandonata, come le altre chiesette del paese: la Madonna del Carmine e Santa Croce; altre chiese come quella di San Basilio (presso l’attuale edificio comunale) erano già scomparse, mentre quella campestre di San Michele ai confini con Scano Montiferro era ridotta allo stato di poco più di un rudere. Nel frattempo per consolare un po’ i sagamesi, la strada principale venne asfaltata ed il progresso sembrava spazzare via, tutto quello che c'era di antico. Poi alla fine degli anni ’80 qualcosa iniziò a muoversi: vennero restaurate la chiesa del Carmine e quella di San Michele venne ricostruita ex novo (cancellando, purtroppo per sempre i pochi ruderi di quella antica), alla fine degli anni ’90 vennero restaurate sia la chiesa parrocchiale di San Gabriele che venne riportata all'antico splendore, sia l’oratorio di Santa Croce. Nei primi anni del nuovo millennio, finalmente restaurata, scortata e custodita dentro una teca particolare, alla presenza di importanti autorità civili, religiose e militari, fece rientro in paese la statua dell’Arcangelo Gabriele: fu probabilmente uno dei momenti più belli della comunità sagamese degli ultimi 100 anni: dopo anni di abbandono, il paese sentì arrivare una nuova “linfa” con il rientro del proprio “protettore” nel paese; con orgoglio mi piace pensare che in quel bellissimo giorno, c’ero pure io tra i miei compaesani! Mi piace pure ricordare di quel giorno, la forte emozione di mio padre, che avendo trascorso nel paese di sua madre i suoi primi sei anni di vita, mi ricordava sempre la nonna particolarmente devota all'Arcangelo. Dopo una decina d’anni, il paese di Sagama sta affrontando nuovamente un periodo non certo facile, della sua vita comunitaria: il rischio di spopolamento è sempre più alto, nonostante un discreto numero di nascite, la chiesa tuttavia viene mantenuta pulita ed in ordine da un volenteroso gruppo di giovani e meno giovani donne, che a titolo gratuito, curano la chiesa e l’aprono qualora qualche gruppo, comunichi con qualche giorno d’anticipo l’intenzione di visitare la chiesa-museo. Ma un giorno di primavera del 2016, accade che l’Arcivescovo di Oristano, Mons. Ignazio Sanna in occasione della mostra- inaugurazione di una nuova ala del museo diocesano, pensi che quel prezioso simulacro ligneo del XIII secolo, che si trova in quello sperduto paese della Planargia, possa ricongiungersi, con una bella statua della Madonna dell’Annunziata (pure questa proveniente da Sagama) nella Mostra per l’inaugurazione di un’ala del Museo Diocesano che si terrà dal 6 maggio al 22 giugno 2016 ad Oristano. L’idea di fondo è buona: permetterebbe a molti sardi e non solo, che ignorano il prezioso simulacro di conoscerlo e di conoscere, seppur in maniera indiretta il paese di Sagama e di ammirare un’opera d’arte d’immenso valore storico. Tuttavia non sono garbati i modi e tanto meno adeguati appaiono i sistemi: se si vuol chiedere un oggetto "in prestito" da qualcuno prima di tutto si va a cercare il padrone dell'oggetto; poi, prima di entrare nella casa dello stesso, si dovrebbe chiedere "permesso" e solo dopo aver ricevuto risposta affermativa si dovrebbe entrare, in caso contrario sarebbe una "violazione di domicilio"; soltanto a quel punto sarebbe lecito richiedere un oggetto "in prestito", sempre ipotizzando però che sia nel diritto del padrone di casa darti una risposta negativa: fa parte del gioco! Ma se tu, oltre a non bussare, vai di nascosto negli uffici preposti e ti prepari i documenti per un prelievo "coatto", che in pratica obbliga il padrone di casa a prestarti qualcosa contro la propria volontà, stai commettendo seppur nei termini di legge, un gesto di violenza nei confronti del padrone di casa; se poi l’avvisi del "prelievo forzato" appena tre giorni prima, forse, alla violenza ed alla cattiveria, stai pure aggiungendo un po’ di arroganza, presunzione e malafede. Domenica 1 maggio durante la Santa Messa, la chiesa di Sagama ha meno presenze del solito; nel paese vivono molte persone anziane che soltanto raramente si recano in chiesa per via delle loro precarie condizioni di salute; molte delle giovani coppie che frequentano abitualmente la parrocchia, approfittando del bel tempo e della giornata festiva, sono andate a farsi una gita fuori porta: don Antonello comunica così alle poche persone presenti alla funzione, che mercoledì 4 maggio (appena 3 giorni dopo), il prezioso simulacro, partirà per un mese ad Oristano, in quanto richiesto dall'Arcivescovo di Oristano al Vescovo della diocesi di Alghero- Bosa e che quindi chi volesse, potrà “salutare” il prezioso simulacro. Le poche persone presenti riferiscono agli altri sagamesi che restano sbigottiti: chiedono lumi all'Amministrazione Comunale, la quale non può rispondere altro, se non di non aver ricevuto nessuna comunicazione ufficiale. Ieri mattina 4 maggio alle 9.30 arriva a Sagama un camion privo di scritte con due operai; nessuna scorta, nessun carabiniere del nucleo tutela per i beni culturali: il sindaco è in prima linea con i sagamesi a cercare di capire cosa stia succedendo. Arrivano don Antonello e poi don Paolo Secchi, responsabile dei Beni Culturali della diocesi di Alghero- Bosa, che pacatamente spiega che è tutto regolare, ma sottolinea anche con fermezza, che la decisione non sia stata comunque la sua e che la sua intenzione è quella di cercare di risolvere in maniera pacifica la questione, cercando una soluzione che possa soddisfare tutti. Durante la discussione, all'interno della chiesa, il clima è di sereno confronto, ma non mancano tuttavia seppur in maniera sempre civile, educata e costruttiva dei momenti di frizione: il sindaco Giovanni Antonio Cuccui, ribadisce a chiare lettere, che in considerazione dei “trascorsi” e delle ingenti spese affrontate dall'Amministrazione Comunale per riportare il simulacro in questione e per rispetto della volontà popolare, il simulacro di San Gabriele non si muoverà dal suo sito originale. Arriva il tecnico che con gli operai inizia a studiare come “smontare” la teca e trasportare il simulacro ad Oristano, ma don Paolo tranquilla tutti: visto che la popolazione non è d’accordo, la traslazione verrà sospesa e lui si farà portavoce delle istanze della comunità sagamese al vescovo di Alghero- Bosa Padre Mauro Maria Morfino. Il clima si distende ed inizia un confronto, dal quale tuttavia emerge chiaramente che l’Amministrazione Comunale e la maggior parte dei sagamesi presenti, salvo poche e legittime divergenze, siano contrari nella maniera più assoluta alla traslazione seppur provvisoria del simulacro ad Oristano, anche in presenza di ulteriori garanzie sul trasporto, sulla custodia e sul rientro del simulacro. Da storico e da sagamese, anche il sottoscritto ha partecipato all'incontro di ieri, ribadendo anche in maniera un po’ forte, la propria contrarietà allo spostamento della statua: si parla tanto di reti museali e “musei virtuali”, allora perché non portare ad Oristano un ritratto o una copia del simulacro? La statua di San Gabriele, è posta in una costosa e delicata teca che ne mantiene inalterata la temperatura, ha un immenso valore non solo economico e storico, che senso avrebbe allora a parte tutti i rischi del caso in un trasloco seppur temporaneo, rimuoverla dal suo sito? Il simulacro inoltre ha un valore ancora più importante: per ogni sagamese è il simbolo della propria identità! Forse sarà anche per questo, che mentre Amministratori e popolazione discutevano con don Paolo e don Antonello, due vivaci rondini sono entrate all'interno delle chiesa e hanno iniziato a volare sul simulacro dell’Arcangelo Gabriele non uscendo però dalla chiesa: l'impressione dei presenti è stata quella che tramite quelle due rondini, lo stesso Arcangelo abbia voluto far capire, di non volere più volare fuori dalla propria casa. Un messaggio subliminale dell'Arcangelo per indicare ai delegati dell’Arcivescovo di Oristano ed al Vescovo di Alghero- Bosa, che San Gabriele vuole e deve restare a casa sua: a Sagama tra i Sagamesi! Mario Antioco Sanna * *Storico
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